Sermig

Il valore della coscienza

a cura della redazione - Conoscere i fatti aiuta a cambiare le cose. La testimonianza di Lucia Capuzzi, giornalista e inviata del quotidiano Avvenire, in dialogo con i ragazzi dei laboratori estivi dell’Arsenale della Pace Lucia, tu sei stata più volte in Messico, ormai lo conosci bene, e nei tuoi reportage su Avvenire e anche su NP hai più volte sottolineato che il Paese è purtroppo sotto il controllo dei cartelli della droga.

Sei mai stata in contatto con persone vittime di questo traffico, hai mai incontrato dei trafficanti, hai mai subito minacce da parte loro?
Sì, in Messico molti migranti che ho incontrato hanno subìto sequestro da parte di narcotrafficanti, sono stati venduti e comprati più volte, sono stati usati sia come manodopera a basso costo per lo spaccio di droga sia nella prostituzione clandestina. Sono esperienze che segnano una persona per sempre. Di trafficanti non ne ho mai incontrati, almeno non dichiarati, ho avvicinato invece persone appartenenti a quel sottobosco vicino ai cartelli. Non sono stata minacciata, perché i cartelli non hanno interesse ad attirare l’attenzione internazionale intimidendo uno straniero; in compenso, sono già dieci i giornalisti messicani uccisi quest’anno – più di uno al mese –, nella totale impunità.

Esistono operazioni portate avanti da organismi internazionali che cercano di fermare il traffico di droga in Messico?
Sì, c’è l’ONU, da tempo al suo interno c’é chi si occupa del traffico di droga, ci sono varie Ong che lavorano in Messico cercando di sviluppare vari progetti di contrasto. Purtroppo, però, dato che il Messico è la quattordicesima economia mondiale, la comunità internazionale è disponibile a chiudere gli occhi sui diritti umani e sulla penetrazione della criminalità all’interno delle istituzioni.

Tu hai parlato di giornalisti uccisi in Messico: ma un giornalista straniero cosa rischia, in Messico? Avevi dei punti d’appoggio? E se sì, quali?
So che rispondendo in questo modo vado contro una certa retorica, ma la verità è che i giornalisti stranieri rischiano molto meno, ma molto, molto meno, dei giornalisti locali. I narcotrafficanti non sono stupidi, sono uomini d’affari e sanno che uccidere un giornalista straniero significa attirarsi addosso gli occhi del mondo. Dei giornalisti locali nessuno si preoccupa. Anche all’interno dei giornali messicani scelgono sempre dei collaboratori esterni provenienti da città sperdute del Paese, molto difficilmente colpiscono una grande firma di Città del Messico. È ovvio che quando vai in un Paese difficile come il Messico devi avere dei contatti per capire quello che veramente succede laggiù. Nel mio caso, conoscevo delle organizzazioni della società civile, qualcuna legata alla Chiesa ed altre no. La Chiesa cattolica in tutta l’America Latina è un ottimo contatto in quanto lì è molto diffusa, molto spesso in posti dove le istituzioni non arrivano è presente la parrocchia, il prete... che hanno una straordinaria conoscenza della realtà. Altre fonti sono i colleghi dei giornali locali. Ovviamente quando sei lì hai un dovere – non tanto per te stesso, uno può scegliere di rischiare – di attenerti alle regole di comportamento che ti danno. Perché i tuoi atti poi ricadranno sulle persone che ti stanno aiutando. Quindi bisogna cercare di tenere un basso profilo, evitare di andare in posti dove non si deve andare, fare fotografie dove non si può, di pronunciare parole tabù.

Di fronte alle tragedie del traffico di esseri umani, ti sei mai chiesta di come gli uomini possano arrivare a compiere tanto male?
È una domanda che mi sono posta sempre anch’io: di fronte a tanta brutalità, che cosa accade? Perché hai perso l’empatia verso l’altro? In realtà, io credo che il processo di disumanizzazione sia lento e inizi molto presto, già nell’infanzia. Non a caso, i più feroci sicari del narcotraffico sono ex ragazzini delle baraccopoli che hanno subìto su se stessi una forte violenza, perché la povertà estrema è già violenza. La mancanza di ogni opportunità è violenza, l’essere privato di una buona scuola è violenza. Oltretutto, considerando che il Messico è a un passo dagli Stati Uniti, si guarda molto la tv americana dove viene rappresentata un’infanzia e un’adolescenza ben diversa: le case con il giardino, i ragazzini che vanno al college... E questo fa sì che i giovani messicani crescano con una grande rabbia. Paradossalmente, la loro unica opportunità meritocratica – passatemi il termine – sta nella bravura nell’uccidere.
Nel narcotraffico si fa carriera così, é la tua unica possibilità di essere qualcuno e di vendicarti della società che ti ha messo in quella condizione. Credo che dietro la violenza dei narcotrafficanti ci sia tutto questo. Uno si disumanizza, perché siccome vieni considerato “qualcuno” soltanto se hai soldi, i soldi diventano l’unica misura dell’essere umano. Quindi per avere soldi tu puoi fare qualunque cosa ad un altro essere umano, in quanto l’altro per te vale soltanto quanti soldi ti può rendere. E questa rabbia feroce rende il narcotraffico un’industria sempre in crescita. Qui entra in gioco anche un fenomeno culturale: il narcotraffico sta diventando una cultura. In Messico c’è ormai una narco-cultura, in cui il sicario non viene visto come un criminale come effettivamente è, ma come una sorta di bandito alla Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri.
Non é così, è un inganno, passa però l’immagine dell’uomo coraggioso, quello che si è fatto da solo, quello che ha tante donne, tanti soldi, che può garantire una buona opportunità a tutta la sua famiglia, che mantiene la propria madre. I narcos sono bravissimi ad alimentare il proprio mito con opere sociali nei quartieri più poveri: nei villaggi d’origine fanno costruire il campo da calcio, la chiesa, il centro sportivo per i ragazzi, la scuola... Pagano l’ospedale, pagano le medicine.. È il meccanismo dei mafiosi, che diventano così i referenti in zone dove lo Stato è completamente assente. Vi faccio un esempio tratto dalla Colombia: Pablo Escobar era il super boss del narcotraffico ma se tu vai nelle comunas, le baraccopoli di Medellin é considerato un eroe, colui che ha costruito il campo da calcio là dove per i ragazzi non c’era niente...

Cosa è cambiato dentro di te vedendo e raccontando quello che ha visto in questi Paesi?
Cambiare ti cambia, raccontare storie ti cambia; vedere la realtà ti cambia, e deve cambiarti, altrimenti vuol dire che non la vedi, che non la guardi, che sei cieco... A me personalmente quello che ha segnato è vedere il contesto, cioè vedere i problemi miei e le questioni internazionali in un contesto più ampio e che non c’è solo bianco e nero ma anche moltissime zone grigie e che su quelle zone grigie devi confrontarti. Questa credo sia la lezione più importante...

Redazione
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO