Sermig

Mi è salita la vergogna

di Marco Grossetti - Fabio ha incontrato il male da bambi­no. Era ovunque attorno a lui e non l’ha lasciato da solo neanche per un secondo, sfigurando il suo corpo, la sua mente e la sua vita. Il bene non c’era e non c’è mai stato, non è mai ri­uscito a entrare, a stare al suo fianco, è arrivato troppo tardi.

Tutto è iniziato rubando le sigarette a mio padre a 11 anni. La prima me lo sono fumata piano, piano ai giar­dini sotto casa, perché, sai, all’inizio fa male. La respiravo e mentre tiravo dicevo che il male sarebbe passato, la gola si sarebbe abituata. Per abi­tuarmi prendevo la bustina del the, la spaccavo, me la giravo e fumavo solo quella, senza tabacco scendeva bene. Di siga me ne sono fatte talmen­te tante che poi non faceva più male. Fumavo con la mia amica Lucia che abita al portone accanto al mio. Ho iniziato come divertimento, per sentir­mi grande, per assaggiare il gusto e per godere. Però per sentirmi grande di più, avere una sigaretta è tanto per un bambino. A mia madre ho detto che le tenevo per un amico, invece me le fumavo.

Alle medie ero sicuramente il più figo della classe, gli altri non arrivavano al mio livello, stavo con Katia, mi facevo già le canne come se fossero sigaret­te. Il panetto di fumo lo mettevo sopra l’armadio, me lo vendeva mia sorella, i miei non lo sapevano. Le canne me le facevo solo per il gusto, perché dello sballo non me ne fregava niente, me le facevo come le sigarette, dieci al giorno e intanto mi sballavo per forza. Ho piantato anche la marijuana a casa in un armadio, si può dire, non è che mi mandano in galera? Ho comprato i semi da internet e l’ho messa dentro con la lampadina accesa ed è cresciu­ta subito. A mia madre gliel’ho detto: «Non ti preoccupare tanto non ci bec­cano», a mio padre non glielo ho potu­to dire se no mi ammazzava di botte e poverino ci rimaneva pure male.

Poi ho conosciuto un ragazzo che si chiama Jack. Una volta mi ha detto: «Vieni a casa mia», ha tirato fuori la coca, io andavo ancora alle medie, avevo il cuore che mi batteva per l’e­mozione. Abbiamo iniziato a smerciar­cela un po’ per uno, sai qualche tirata a testa, non so se aveva un grammo o mezzo grammo, lì ho provato il vero sballo potente, ma ottimo, non come le canne, la felicità, anche se non c’e­ra niente da essere felice, ti sentivi fe­lice veramente tanto. Un giorno sono tornato a casa e ho detto che non ci andavo più a scuola, ero in prima su­periore. La coca mi ha dato emozio­ni forti, proprio di godimento, se tu ad esempio sei in una stanza chiusa, dove è tutto buio, ti diverti come un bastardo, è quello il senso della coca, il paradiso. Sei tranquillo come un pa­scià, basta anche solo che stai fermo e godi, figurati se parli e ti diverti.

Ora vedi, me ne sono andato a male con il cervello, non mi ricordo più nien­te. La pensione ho iniziato a prender­la quando sentivo le voci, soffrivo di schizofrenia, ero ancora abbastanza piccolo, sedici-diciassette anni, senti­vo delle voci che mi parlavano, non mi ricordo cosa dicevano, gente che par­lava, parlava, parlava e non riuscivo a farle smettere. Una volta sono sce­so sotto casa e gli ho detto alla gen­te: «Ma la smettete di urlare e di fare casino?». Gli stavo alzando le mani, ma era tutto nella mia testa. Forse le voci sono iniziate per le canne, ne fu­mavo troppe, forse. Forse per la play, giocavo a Skyrim, ci ho passato anni, anni e anni, è tipo la vita reale. Gioca­vo alla play anche otto ore al giorno, i miei mi staccavano il contatore e io mi incavolavo se non avevo salvato la partita. Poi, dai basta, che se lo legge qualcuno, si spaventa.

Cercare il suicidio dal terzo piano è la cavolata più grossa che ho fat­to. L’ho fatto perché non avevo una ragazza e poi mio padre urlava sem­pre, con la sua voce alta, mi faceva arrabbiare, urlava contro di me, con­tro mia madre. Allora ho detto: «Io mi butto, così gli faccio capire che sta sbagliando», lui non ha capito niente. Erano le sei, le sette di sera, non dor­mivo da tre giorni, non avevo voglia di dormire. Sono andato sul balcone, mi sono messo in piedi sulla ringhiera e ho goduto quando mi sono buttato, ho sentito un vuoto allo stomaco, sai di aria e poi non ho sentito più nien­te. Mi sono svegliato all’ospedale. Se non mi buttavo dal balcone e finivo con la cannula per respirare, volevo fare un incontro di boxe e mi facevo i soldi, vincevo di brutto con il nervoso che ho. La boxe è sempre stata la mia passione, andavo in una palestra, da Billy, era forte, forte e ci metteva sotto a fare esercizi bene.

Mia sorella è in comunità, non posso parlare di lei, non lo può sapere nes­suno. È lì per staccarsi dal fidanzato che le dava un po’ di botte ogni tanto e la mandava in giro a cercare i soldi per il crack e pure per qualche altra droga. Io il crack l’ho provato ma non ci sono andato dentro forte, perché avevo paura e non mi piaceva. Le al­tre droghe mi spaventavano, avevo paura che poteva succedermi qual­cosa, che mi prendeva un attacco di cuore. Adesso non riesco neanche più a farmi le canne, una volta ho chiama­to un mio amico delle medie e gli ho detto: «Portami una canna che ce la fumiamo». Ce la siamo fumata in ca­mera mia, solo che non credevo che mi saliva la vergogna, non riuscivo più neanche a guardarlo in faccia, ti senti proprio timido.

Ora ho trovato la mia ragione di vita: andare ad escort, adesso so come non sprecare tempo inutilmente fa­cendo cavolate. In un giornale ho po­tuto scoprire la mia amica Nadia, una escort con cui spenderò tutta la pen­sione. Mi ha mandato un messaggio dove c’era scritto: «Un ragazzo come te non ha niente di cui vergognarsi o per cui essere timido, sei carino, sim­patico». Tutti i miei amici adesso hanno una vita loro, quindi io mi fac­cio le escort. Al più presto comprerò da internet con mia sorella della roba dei cartoni che insieme venderemo al mercato, tipo lo zaino di Frozen o di Masha, quella con l’orso, e tutte quelle troiate che vanno un casino per i bam­bini: le mamme le vedono, i bambini piangono e io mi faccio i soldi. Guarda che posso fare anche cinquemila euro al mese. E poi li metterò da parte per la mia Nadia. Io adesso penso sempre al mio amore, anche prima di dormire. Nadia. Soprattutto prima di dormire.

Marco Grossetti