Sermig

Qualunque cosa accada

di Renzo Agasso - Ha pagato con la vita. Giorgio Ambrosoli, fino all’ultimo a servizio del bene comune È morto solo, nell’afosa notte di una Milano deserta, l’11 luglio 1979. Ammazzato da un killer venuto dall’America. Perché aveva difeso lo Stato – cioè tutti i cittadini – contro le ruberie dei disonesti. È morto solo perché lo Stato lo ha lasciato solo. «Il signor Ambrosoli?», ha domandato l’assassino. «Sì». «Mi scusi, signor Ambrosoli». E fa fuoco, nell’afosa notte di una Milano deserta e distratta. Così muore un giusto di nome Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore delle malefatte di Michele Sindona, banchiere della mafia.

Ha indagato per cinque anni, Ambrosoli. E quella mattina dell’11 luglio 1979 ha consegnato le carte ai magistrati. La famiglia – la moglie Annalori, i figli Filippo, Francesca e Umberto – lo attende in vacanza. Ma lo attende anche il killer di Sindona, davanti a casa, e lo ammazza, scusandosene.
A quell’incarico lo aveva chiamato la Banca d’Italia, cioè lo Stato. Al suo funerale, nella Milano afosa e deserta, lo Stato non c’è, tranne che per il governatore Baffi e pochi altri. Giorgio Ambrosoli, morto per lo Stato, va al cimitero da solo, ancora una volta.
Per cinque anni ha lavorato giorno e notte – letteralmente – tra minacce, depistaggi, insulti, tentativi di corruzione. Vuol ritrovare i soldi di Sindona, perché a tirarli fuori non debbano essere tutti gli italiani. E alla fine l’unico modo per fermarlo sarà ammazzarlo, nella notte afosa di una Milano inconsapevole e distratta.

Al suo fianco ha avuto pochi, pochissimi uomini coraggiosi. Uno si chiama Silvio Novembre, finanziere: fuori orario di lavoro lo aiuta, incoraggia, consiglia. Gli fa la scorta, nonostante abbia in casa una moglie con il cancro e due figlie piccole. Tentano di allontanarlo da Milano, tentano di corromperlo, lo minacciano. Ma Silvio Novembre è un uomo giusto. A lavoro finito, parte anche lui per le vacanze. Giorgio Ambrosoli andrà al cimitero, da servitore di uno Stato che non lo accompagnerà nemmeno nell’ultimo viaggio. Conosceva il rischio che correva, avendo scritto alla moglie in una lettera che è un testamento: «Pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese». E, dunque, «qualunque cosa succeda, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo». Così è morto, e così è vissuto, un servitore dello Stato. Abbandonato dallo Stato, come accadrà ancora, ad altri.

Renzo Agasso
PEOPLE
Rubrica di NUOVO PROGETTO