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Il troppo amore può far male

di Gabriella Delpero - Insegniamo ai figli ad affrontare le difficoltà. Al giorno d’oggi è sempre più frequente imbattersi in famiglie nelle quali gli adulti si sostituiscono continuamente ai ragazzi, li difendono, rendono loro la vita molto comoda, prevengono desideri e richieste, cercando di eliminare dall’orizzonte tutte le possibili difficoltà.

La caratteristica predominante dei genitori è cioè l’iperprotettività e il loro stile il “pronto soccorso” attivo 24 ore su 24. Naturalmente la richiesta sottintesa rivolta al figlio è quella di apprezzare senza riserve i “privilegi” sfruttandoli al meglio per raggiungere traguardi di successo (non fosse altro che per debito di riconoscenza). Come reagiscono i bambini e i ragazzi che si trovano a crescere in questo modello di famiglia? Spesso si adagiano senza impegnarsi a fondo in nulla, non prendono iniziative, non imparano ad assumersi alcuna responsabilità, si scoraggiano di fronte al minimo ostacolo, non accettano le frustrazioni e diventano sempre più richiedenti e tiranni, fino a reagire con aggressività se bisogni e desideri non trovano immediata realizzazione.

Questo è ad esempio il caso di Giorgio, che ha 16 anni ed è l’unico figlio di una coppia di seri professionisti, che hanno sempre riservato al figlio tutte le possibili attenzioni. Lo hanno sostenuto ed aiutato in tutti i modi: studio, sport, tempo libero, amicizie e ovviamente si sono occupati con il massimo scrupolo della sua salute e del suo benessere. Il guaio è che Giorgio in cambio ha appena terminato un anno scolastico disastroso conclusosi con la bocciatura, nonostante sia molto intelligente e dotato; ha lasciato ormai da mesi la squadra di pallacanestro in cui era da tempo inserito, ha abbandonato il corso musicale e il gruppo di amici dell’oratorio, non rispetta regole ed orari, passa molto del suo tempo sul divano a far nulla, ma soprattutto è diventato prepotente ed arrogante con i genitori, dai quali pretende in continuazione soldi per soddisfare ogni genere di capriccio, minacciando fughe e gesti estremi in caso di rifiuto.

Papà e mamma, disperati, non riescono proprio a pensare che il loro stile educativo possa aver favorito nel tempo il sorgere dell’attuale senso di onnipotenza di Giorgio: d’altronde per la maggioranza delle persone è improponibile credere che il “troppo amore” possa far male! Alice, invece, di anni ne ha 15 ed è la secondogenita di una coppia di separati che da sempre fanno a gara nel prodigarsi in tutti i modi per non far mancare nulla ai figli. Per sottrarsi al supercoinvolgimento dei genitori in ogni più minuzioso aspetto della sua vita, cerca ora di eludere ogni controllo parlando molto poco, raccontando bugie, tenendo spento il cellulare quando è fuori casa, marinando la scuola, frequentando compagnie discutibili ed assumendo comportamenti a rischio.

Tutto questo fa aumentare a dismisura l’ansia e il desiderio di protezione da parte dei genitori, che la pedinano, cercano informazioni dai suoi amici, tentano di limitarne in ogni modo la libertà, con il risultato di suscitare in lei ribellioni a volte decisamente violente. Di nuovo, tutta la sovrabbondanza di cure e dedizione sembrano aver sortito l’effetto opposto. Siamo all’interno di un paradosso: ciò che normalmente consideriamo positivo può rivelarsi, a ben vedere, un fallimento.

Far di tutto per impedire ad un figlio di soffrire o faticare oggi può trasformarsi domani in un pericoloso boomerang: una difficoltà non affrontata ora può diventare doppia in futuro. Come affermava Niccolò Tommaseo, «un uomo non educato al dolore rimane sempre un bambino».

Gabriella Delpero
PSICHE
Rubrica di NUOVO PROGETTO