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Il male faccia a faccia

di Fabrizio Capecelatro* - Conoscere il male per poterlo sconfiggere. Sono sempre stato convinto della necessità di guardare in faccia il male, parlarci e poi raccontare agli altri quello che ho visto e sentito per permettere a tutti di avere gli strumenti necessari per riconoscere il male. Sì, perché il male non ha sempre delle sembianze chiare e univoche e la principale difficoltà sta proprio nel riconoscerlo, anche quando si presenta sotto “mentite spoglie”.

È così che ho iniziato a intervistare i boss della camorra, a farmi raccontare direttamente da loro quel mondo criminale e scellerato di cui fanno parte, per poi poterlo descrivere a chi aveva voglia di leggerlo. E chi è più disponibile a raccontare sono soprattutto coloro che hanno deciso di allontanarsi da quel mondo, di cambiare vita e diventare collaboratori di giustizia. I cosiddetti pentiti che, per onestà e anche un po’ di diffidenza, preferisco definire esclusivamente “collaboratori di giustizia”, in quanto quello che loro stringono con lo Stato italiano, per tramite della Magistratura, è un vero e proprio contratto, in cui si impegnano a raccontare tutto quello che sanno sull’organizzazione criminale di cui hanno fatto parte e, in cambio, lo Stato, oltre a uno sconto di pena, garantisce loro protezione per sé e per la famiglia e, allo scadere della detenzione, il reinserimento sociale.

Molto spesso, però, le loro stesse famiglie, per paura o per convenienza, voltano le spalle ai collaboratori che si ritrovano a dover affrontare da soli un percorso che può essere molto più complicato del previsto, fra vendette trasversali e difficile accettazione da parte della società civile. I collaboratori di giustizia, soprattutto quelli sinceri e determinati, diventano quindi gli ultimi degli ultimi: odiati dalle persone che hanno denunciato e guardati con diffidenza da tutti gli altri. Una posizione, quella di ultimi degli ultimi, che difficilmente giustificherebbe la loro scelta di passare dalla parte dello Stato in meri termini di convenienza.

Sentono, allora, la necessità di raccontarsi, di spiegare le loro scelte e talvolta perfino di sfogarsi. Li ho sempre ascoltati volentieri: di alcuni poi ho scritto, di altri non mi sono fidato ma prima ho comunque voluto sentire cosa avevano da dire. Con una sorta di passaparola, hanno cominciato a contattarmi, sapendo di trovare, prima che un giornalista, qualcuno disposto ad ascoltarli, con la giusta distanza ma senza pregiudizi. Fra questi anche Domenico Bidognetti, uno dei più rilevanti, per la posizione di vertice che ricopriva, dei collaboratori di giustizia di quel clan definito dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, la quarta organizzazione criminale più pericolosa al mondo, ovvero il clan dei Casalesi. Egli aveva nel suo percorso di collaborazione dovuto affrontare tutte le maggiori difficoltà che potesse incontrare: l’uccisione del padre quale vendetta trasversale e l’abbandono, più che altro per paura, da parte dell’intera famiglia, compresa la madre che arrivò a rinnegarlo pubblicamente pur di vedere salva la vita dei suoi familiari. Nonostante questo, però, aveva continuato nel suo percorso, convinto così di fare il bene dei suoi figli, costringendoli – seppur in modo forzato – ad allontanarsi da quell’ambiente criminale di cui egli stesso aveva fatto parte. E grazie all’aiuto di persone che ancora credono di poter fare qualcosa per rendere il mondo un posto migliore, innanzitutto come il dottor Giovanni Conzo, il magistrato che ha raccolto le sue testimonianze e, anche grazie a queste, è riuscito ad assestare un duro colpo al clan dei Casalesi. Oggi, a dieci anni dall’inizio della sua collaborazione, può dire di aver vinto la sua personalissima battaglia, visto che i figli conducono una vita, seppur lontano da lui, basata sull’onestà e la legalità.

A prescindere, allora, dalle importanti rivelazioni che pure ha deciso di confidarmi per meglio capire le logiche che muovevano il clan dei Casalesi e, come esso, molti altri sodalizi criminali, ho ritenuto che quella di Domenico Bidognetti fosse una storia che meritava di essere raccontata, affinché potesse essere di monito soprattutto per i giovani che pensano di poter trovare nella criminalità la loro strada.   

 

*Giornalista, autore del libro “Il sangue non si lava – Il clan dei Casalesi raccontatoda Domenico Bidognetti” (ABEditore).