Sermig

Per l’arte e la trascendenza

di Scuola per Artigiani Restauratori - Il 1 maggio scorso è morta Maria Luisa Rossi, la signorina Rossi come abitualmente la chiamavamo, antiquaria torinese fondatrice e presidente della Scuola per Artigiani Restauratori. Aveva incontrato il Sermig agli inizi degli anni ’90 tra le mura dell’Arsenale della Pace per consegnare ad Ernesto Olivero un progetto ambizioso: una scuola per gli antichi mestieri del restauro degli arredi e degli oggetti d’arte, perché il patrimonio artistico italiano nel tempo non decada. Maria Luisa Rossi vede nel restauro la grande possibilità di dare un avvenire ai giovani e l’opportunità di salvaguardare il patrimonio artistico, una vera ricchezza dell’Italia che ne detiene il 70% mondiale. Così nell'autunno 1997 apre la Scuola per Artigiani Restauratori.

«Quanto inauguriamo oggi – commenta all'inaugurazione della scuola – può considerarsi un piccolo grande miracolo, frutto di un mix originale: infatti qui si sono associate l’alta spiritualità con l’alta professionalità. È grazie alla disponibilità del Sermig, impegnato sulla frontiera dei giovani a cui dare speranza, che si è potuto concretizzare questo sogno che consente di tramandare una preziosa capacità artigiana, trasmettendola alle nuove generazioni. Il restauro permette di conservare un patrimonio di valori, di rinverdire la memoria del passato, di ridare smalto a pezzi d’arte che andrebbero perduti per sempre».

Fino a che le forze glielo hanno consentito Maria Luisa Rossi ha partecipato alla realizzazione del suo sogno investendo i suoi beni, seguendo personalmente e quotidianamente la gestione della Scuola. Nata come Scuola privata, con corsi tenuti in collaborazione con l’Associazione Piemontese Restauratori d’Arte, oggi l’Istituto è agenzia formativa della Regione Piemonte che, dalla propria apertura, ha qualificato circa 700 allievi in corsi annuali e biennali di specializzazione nei settori del restauro (antichi arredi lignei, dorati e policromi, affreschi, dipinti su tela e tavola, sculture ed elementi architettonici, ceramiche e reperti archeologici) e dell’artigianato d’arte (composizione di mosaici artistici, vetrate artistiche e complementi di arredo, intagli e sculture su legno, realizzazione di opere scultoree e architettoniche...).

La Scuola si trasferisce nell'anno 2009 in una nuova sede più ampia ed idonea (le ex Sellerie del complesso dell’Arsenale), potendo contare su una superficie di circa 2.400 mq, dislocati su due piani: nove laboratori per i mestieri d’arte e per il restauro, aule per la teoria, un laboratorio di chimica applicata, un laboratorio di informatica con impianto per audiovisivi, un’aula attrezzata per il disegno tecnico e ornato, un laboratorio per la fotografia e per la diagnostica, una biblioteca di settore. Nel perseguimento dei suoi obiettivi, la Scuola ha collaborato e collabora con le più importanti istituzioni pubbliche e private. Non semplici corsi, ma una vera e propria Scuola per Artigiani Restauratori d’Arte, con il duplice obiettivo di creare nuove opportunità di lavoro per i giovani e di contribuire alla trasmissione degli antichi saperi e alla salvaguardia del patrimonio artistico.

Negli anni ha consolidato importanti collaborazioni con istituzioni pubbliche e private. Dal 1991 alla sua morte inoltre una profonda amicizia spirituale lega indissolubilmente la signorina Rossi ad Ernesto Olivero e al Sermig. Un patto spirituale sancito all'inizio, il 5 ottobre 1991, quando la signorina Rossi accompagna Ernesto ad Appiano Gentile da padre Paolo Melzani, frate cappuccino che aveva conosciuto da giovane. È un incontro importante per il Sermig. Alla sua morte nel 1997 Ernesto Olivero lo ricorda con queste parole: «Padre Paolo è stato il mio padre spirituale, il sigillo dei “sì” e dei “no” che dovevo dire, il vaglio delle mie intuizioni, lo strumento della misericordia del Signore per me», la bussola che ha orientato il Sermig nel suo cammino».

La ricordiamo con le parole che nel 1993 dom Luciano Mendes (vescovo brasiliano amico del Sermig) scrive sul diario di Ernesto: «Maria Luisa, semplice e buona, accogliente e generosa, nascosta e contemplativa aperta nel cuore alle necessità altrui, ama l’arte e porta nel cuore tanta bellezza. Mi fa pensare ad Anna nel Tempio, che amava il Signore e sperava la venuta di Gesù».


 Cara tota* Rossi

di Alberto Pregno - Le scrivo questa lettera che lei leggerà dal Paradiso, o forse vedrà o sentirà dal Paradiso in quanto non mi è chiaro come girino le notizie là dove tutti siamo chiamati. Gliela devo visto che mi ha lasciato un lungo scritto spirituale con l’onere di farlo conoscere, almeno parzialmente, quando non fosse più stata tra noi.

Occorre, però, che io preliminarmente accenni alla sua gentile persona. Per chi non avesse avuto modo di conoscerla debbo dire che lei era una persona speciale, molto speciale. Era nata e cresciuta nella vecchia Torino dei “minusieri” e restauratori d’arte, figlia di Camillo che proprio a causa di questo lavoro venne mandato a lavorare il legno nella fabbrica militare dell’Arsenale di Torino, ora sede del Sermig, evitando i campi di battaglia della prima guerra mondiale, visse poi nell’ombra dell’amato fratello Giuseppe, divenuto antiquario di fama internazionale. Era bello vederla nella “sua bottega” attorniata da persone in camice bianco che sotto la sua direzione operavano su di un manufatto antico (appositamente giunto da qualche parte del mondo) issato su di una pedana circondato da fari di luce come in una camera operatoria e scoprire come lei stessa agiva direttamente spesso con in mano un batuffolo di cotone imbevuto di una qualche antica pozione, preparata dal fido Remo, che aveva la funzione di far rifiorire particolari scomparsi dell’oggetto in cura.

Un giorno mi raccontò di quel suo anziano artigiano scultore del legno, maestro di gusto e abilità. Era divenuto triste, scoraggiato, colpito da un male indefinibile tanto che la famiglia ebbe timore del peggio e lei andò a trovarlo nella sua vecchia casa per rincuorarlo; lo trovò appoggiato ad un bastone con uno sguardo colmo di una tristezza infinita. Mi disse di come aveva cercato di scuoterlo, ricordandogli gli anni belli del lavoro e la finezza della sua arte e gli propose di ritornare subito a lavorare per ritrovare la voglia di vivere. Ma lui rispose: «Se l’anima non canta più io non posso più lavorare!». Mi disse che in quel momento aveva compreso la tragedia di quell’uomo e dell’umanità di oggi: «lo spegnersi del canto dell’anima!» e di come si sentì chiamata a fare qualcosa di grande affinché le anime degli uomini potessero continuare a cantare la bellezza della vita donata da Dio.

E così fece: la Camera di Commercio di Torino la proclamò “Torinese dell’anno” nel 1995 con la seguente motivazione: «Per la passione e la sensibilità con cui si è dedicata con spirito imprenditoriale alla conservazione di mobili e oggetti antichi di pregio, culminate nel generoso impegno per la costituzione a Torino di una scuola di restauro di valore internazionale », in effetti il 25 marzo 1994 grazie all’aiuto ed ai mezzi messi a disposizione dal Sermig, che vide nell’iniziativa la possibilità di dar ai giovani nuovi campi di lavoro nella conservazione del patrimonio artistico, si realizzò il sogno della sua vita. In tale data infatti venne fondata la “Scuola per Artigiani Restauratori” occupando un intero edificio dell’antico Arsenale della Pace del Sermig, proprio nel luogo dove nella sua gioventù lavorò come “minusiere” il padre Camillo.

In essa alcuni tra i migliori restauratori di Torino prestavano (come oggi) la propria attività di insegnamento offrendo ai giovani la scelta tra una rosa di una dozzina di discipline artistiche. Nel 1997 mi scrisse sulla Scuola queste righe colme di speranza: «Grazie ancora, per avermi voluta sua ospite, la Scuola di cui vi ho parlato si sta manifestando colma di entusiasmi sia da parte dei Maestri che degli Allievi (le maiuscole sono sue) e davvero fa ben sperare in un “profetico” sviluppo, anche ad onore della nostra Città. Che il Signore ci illumini e la Provvidenza ci assista!».

La sua storia personale, quando lei era già non più giovane, si aprì così spontaneamente in modo nuovo e del tutto inaspettato ai giovani che con entusiasmo venivano alla Scuola che venne a lei stessa intitolata, partecipando attivamente al progetto educativo e formativo e così presto si affezionò alla persona che in lei aveva creduto e, con coraggio, reso possibile questa avventura: Ernesto Olivero il fondatore del Servizio Missionario Giovani, il Sermig.

Quante volte l’ho vista alle sacre funzioni nella chiesa dell’Arsenale della Pace, assorta in preghiera e poi sorridente con quella sua vispa espressione sul volto rimproverare quel “birichino” di Ernesto che le aveva fatto aprire il cuore, stravolgendo così la sua vita fino ad allora prettamente monastica, verso tutte queste migliaia di giovani che il Sermig faceva innamorare del bello e del buono. Così infatti mi ha scritto su Ernesto Olivero nel giorno di don Bosco del 31 gennaio 2012: «Ernesto, uomo di Dio e uomo onesto: l’incontro con Ernesto è stato un regalo del Signore e della Provvidenza di Dio, perché come don Bosco è “Padre dei Giovani” anche Ernesto è “Padre dei Giovani».

Cara tota Rossi, molte volte sono venuto a trovarla nella sua semplice abitazione in affitto ed ancora mi sovviene di questi intensi colloqui la letizia spirituale che provavo sentendo dalla sua voce leggera i ricordi puliti di un tempo che non è più e il sentimento sia di velata nostalgia per i valori perduti di cui si discorreva sia di sincero affetto verso la sua persona che un giorno mi consegnò uno scritto che, specchio della sua anima sensibile al bello, recitava: «I fiori, meraviglie del Creato, perché espressione della bellezza, perché emanazione di profumi, e perché simboli ognora di tutte le espressioni più significative della vita umana, dei più alti ideali e della più profonda commozione».

Buona giornata Tota Rossi, ora che il suo volto è illuminato dalla grazia di Dio, si ricordi di noi ed in particolare di Ernesto e dei giovani del Sermig che tanto ha amato e, se Dio vorrà, un giorno ci rivedremo. Con affetto, il suo notaio.

*tota, in dialetto piemontese: signorina