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Pace (im)possibile

di Lucia Capuzzi - Colombia, dopo oltre mezzo secolo di guerra un messaggio per l’America Latina e per il mondo.
Ha percorso 19.650 chilometri, per recarsi in un solo Paese. La Colombia è stata l’unica meta del recente pellegrinaggio internazionale di papa Francesco, tra il 6 e il 10 settembre. L’itinerario si è svolto lungo l’asse Bogotà-Villavicencio- Medellín-Cartagena. La concentrazione geografica, tuttavia, è stata inversamente proporzionale al respiro geopolitico del viaggio. Forse il più latinoamericano, e, al contempo, globale.

Bergoglio è andato per accompagnare la Colombia nel primo passo verso la pace. Una pace troppo a lungo impensabile e impensata. Fin dall’indipendenza, politica e società – a volte anche la religione – si sono illuse di mettere fine allo scontro cancellando – fisicamente – l’avversario. Il conflitto – incapace di trovare canali di espressione verbali e legali – s’è cronicizzato, pervadendo l’intero corpo nazionale. La guerra tra governo e guerriglia delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc) è, dunque, espressione di un fenomeno drammaticamente più complesso. Eppure, tra il 2012 e il 2016, qualcosa è cambiato. Governo e Farc, senza mediatori esterni, hanno provato a confrontarsi con l’arma della parola all’Avana.

Alla fine, il 24 novembre 2016, le delegazioni hanno trovato un compromesso su questioni intricate quali la necessità di un abbozzo di riforma agraria, la collaborazione per eliminare le coltivazioni di coca, la creazione di un sistema di giustizia innovativo. Non riconducibile alla formula “reatocondanna- reclusione”. Le parti hanno optato per la cosiddetta “giustizia riparativa”. Quest’ultima prevede che il responsabile, dopo aver ammesso le proprie colpe, chiesto perdono e cooperato alla ricostruzione della verità, non sia recluso bensì lavori per restituire alla società quanto il suo operato le ha tolto. Non era il primo tentativo di governo e Farc di arrivare a un compromesso. Se è stato l’ultimo si deve anche a Francesco, il cui ruolo è stato determinante.

Come determinante è stato il suo sostegno alla pace nascente, in un momento in cui essa è sottoposta alle critiche di settori politici che la considerano “troppo magnanima” con gli ex guerriglieri. Nei giorni precedenti all’arrivo del Papa, tanti temevano che il suo sostegno al nuovo corso rischiasse di allontanare una fetta consistente della popolazione colombiana. Si temeva una scarsa partecipazione e nuove polemiche. La tensione è rimasta alta fin quando Bergoglio non è atterrato a Bogotà e ha cominciato a parlare. I suoi messaggi – semplici e profondi – hanno letteralmente conquistato la gente. Non solo i sostenitori della pace. Anche dubbiosi e scettici sono stati toccati dalle parole di Francesco. Quest’ultimo – il giudizio degli analisti, anche dei meno vicini alla Chiesa, è stato unanime – è riuscito dove leader, attivisti, intellettuali avevano finora fallito: parlare a tutti. Sdoganando la questione della pace, troppo a lungo ostaggio della bagarre fra i partiti. Giorno dopo giorno l’affluenza alle cerimonie e per le strade è cresciuta fino a diventare moltitudinaria.

Ad ascoltare il Pontefice c’erano i gruppi sociali più disparati: dagli ex combattenti delle Farc all’ultradestra.
La radice di tale mutamento sta nella via indicata dal Papa per procedere a una vera pacificazione: guardare alle vittime. L’incontro di Villavicencio – in cui Bergoglio ha ascoltato le testimonianze di vittime e carnefici – è stato chiave in tal senso.
Il trauma sociale colombiano – spiega il sacerdote gesuita e intellettuale Francisco de Roux (foto) – non è solo il prodotto della terribile sofferenza accumulata: deriva dall’interpretazione che di quel dolore si è data e che è stata finalizzata non a spiegare la cause della sofferenza, bensì a difendere interessi politici ed economici di parte. Le varie fazioni hanno creato altrettante interpretazioni, tutte opposte ed escludenti. «Per uscire dall’empasse, si deve tornare alla realtà. Nel suo elemento più concreto e alieno dalle ideologie. Cioè le vittime», spiega padre de Roux.

Il loro potere di “trasformazione” era già emerso durante il negoziato. In cui, fatto finora inedito, erano state ammesse come testimoni. Tra il 2014 e il 2015, sessanta sopravvissuti del conflitto più lungo d’Occidente – scelti dalla Chiesa, dall’Onu e dall’Università nazionale – si erano recati nella capitale cubana per incontrare i rappresentanti di quelle forze che avevano causato le loro sofferenze.
Il trovarsi faccia a faccia aveva rotto lo schermo delle “interpretazioni” e ha costretto tutti a riconoscersi una comune umanità. L’effetto è stato dirompente.

A partire da quel momento, le parti hanno messo da parte le pregiudiziali. E si sono impegnate a non alzarsi dal tavolo fin quando non avessero raggiunto l’accordo. Anche le vittime, però, sono cambiate. Prima di partire, ripetevano: «Io sono vittima delle Farc»” o «Io dei militari»… Dopo dicevano: «Io sono vittima del conflitto». Il nemico non era più un gruppo armato, bensì la guerra. Allora, nella gran parte, è maturato il desiderio di trasformarsi in “artigiani della pace”.

Certo, il passaggio dal Kalashinov alla parola richiede un lungo cammino di conversione, sociale, culturale, politico e spirituale. La meta – la possibilità di coesistenza fra diversi – non è né facile né scontata. Ma, per lo meno, il processo è stato avviato. La pace impossibile colombiana, divenuta possibile grazie alle vittime che smettono di esserlo e si trasformano in agenti di riconciliazione – Francesco ne è convinto – è un messaggio per l’America Latina, dilaniata da una nuova stagione di crisi. E per il mondo.


sunto

Il viaggio del Papa in Colombia ha assunto una valenza significativa anche per gli altri Paesi dell’America Latina attraversati da nuovi e preoccupanti venti di crisi.
Francesco è riuscito a parlare a tutti, a convincere anche i dubbiosi e gli scettici.
Guardare alle vittime è la via indicata dal Papa per raggiungere una vera pacificazione.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO