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Il termometro della felicità

Di Marco Vitale - Come stai? Sei felice? Quanto e cosa ti manca per esserlo? Sono gli interrogativi che ci inseguono e che proponiamo anche agli uomini accolti all’Arsenale della Speranza a San Paolo in Brasile. Le risposte sono molto chiare: sarò felice quando avrò un lavoro, io ho bisogno di una casa, vorrei poter frequentare una scuola e un corso per imparare un mestiere. Mentre ognuno esprime le proprie necessità, ci si ritrova anzitutto a scoprire che non siamo soli: tutti noi siamo nella stessa condizione, alla ricerca di qualcosa. Cominciamo allora una serie di incontri di gruppo che hanno proprio questo come tema: la felicità. Per ognuno dei sogni espressi ci guardiamo in faccia, pensando insieme. Nella discussione arriviamo a dire che avere un lavoro è indispensabile ma tutti annuiscono: senza una preparazione succederà come ai molti che, trovato un lavoro, con i soldi dei primi stipendi sono ricaduti nella droga o nell’alcool. Allo stesso modo, tutti concordano che possedere una casa è fondamentale ma nella discussione appaiono le molte storie di abbandono di tanta gente che vive sola davanti a un televisore. Una casa è importante ma manca ancora qualcosa che possa garantire la felicità. Infine, frequentare corsi e tornare a scuola è altrettanto necessario, ma tutti lo sanno bene: la sera, i bar della zona attorno all’Arsenale sono colmi di giovani studenti che mettono a rischio la propria vita con sballi e droghe varie. Andare a scuola è fondamentale ma manca ancora qualcosa.

Dopo i primi giorni di incontri, cominciamo a considerare alcune delle notizie che arrivano dai diversi angoli della città di San Paolo e che raccontano delle precarie condizioni di vita dei bimbi che vivono negli orfanotrofi, degli anziani ricoverati in ospizi fatiscenti oppure delle tante scuole e aree pubbliche in stato di abbandono. Storie di tristezza che quotidianamente bussano anche alla porta dell’Arsenale della Speranza. Nel gruppo alcuni puntano il dito contro il sindaco, i politici, il governo. Altri cominciano a distrarsi confidando che sono questioni per le quali non si può fare molto. A questo punto lanciamo la proposta: che ne dite di fare qualcosa noi, sì, di cominciare almeno noi ad alleviare qualcuna di queste tristezze? Ogni volta gli sguardi si fanno perplessi: ognuno di noi si trova già a dover affrontare mille problemi e tu mi vieni a chiedere di occuparmi dei problemi degli altri? Eppure sì, questa è la proposta, è l’esperienza dell’Arsenale che ci porta a farla. Dimentichiamoci della nostra felicità, almeno apparentemente, e occupiamoci della felicità degli altri.

Si esce insieme il mattino presto, con scope e pennelli e ogni volta ci si mette a disposizione di uno dei tanti luoghi della città che hanno bisogno di aiuto. Arrivati sul posto, un responsabile ci racconta le esigenze e le difficoltà che quella realtà sta vivendo. Dopo aver ascoltato ci riuniamo e ci chiediamo: ci va di provare a cambiare le cose? Così, pur tra i mille pensieri di ognuno, alcuni cominciano a preparare la pittura, altri iniziano a pulire sale e spazi, altri ancora sistemano dei magazzini o le aree verdi. Dopo alcune ore, gli ambienti dove passiamo cambiano colore, diventano ordinati e con un profumo di pulito. A volte qualcuno ci ringrazia, un bimbo ci abbraccia, una signora ci fa i complimenti e così torniamo in Arsenale con tante storie da raccontare e tanti sorrisi sui volti. La domanda per i nostri accolti ritorna: quanto ti senti felice? Anzi, proviamo proprio a misurarla questa felicità, per non avere dubbi. Quasi per gioco chiediamo a tutti di diventare dei termometri speciali, dei termometri umani che misurano la felicità con la posizione della mano: la mano a terra indica felicità zero, mentre la mano che sale verso l’alto è il segno di una felicità che aumenta sempre più di intensità. Alla domanda: quanto era il vostro livello di felicità nei primi giorni?, le mani sono tutte vicine al pavimento. Chiedendo poi: quanto è il vostro livello dopo tutto il lavoro di oggi?, sempre succede che le mani si alzano, alcune arrivano molto in alto. Anche se ancora pieni di problemi e difficoltà, possiamo essere felici ora, semplicemente facendo adesso il bene che possiamo. E se diventiamo felici quando facciamo felici gli altri, perché non continuare? Anche quando avremo un lavoro, la nostra attività qualunque essa sia non sarà solo un fare delle cose, ma principalmente un aiutare qualcuno. La casa può essere il luogo per accogliere qualcuno, lo studio uno strumento per alleviare le sofferenze di tanti e magari ci scopriremo ad alzare le mani verso il cielo.  

 

FOTO: MAX FERRERO