Sermig

Budapest

di Michelangelo Dotta - Lasciamo Brussel che è pomeriggio tardi. Andiamo verso Charleroi e come sempre, quando fai lo stesso percorso al ritorno, chissà perché, sembra più breve. La campagna piatta e ordinata scorre veloce di finestrini inondata da una bella luce che la colora d’ambra, le ombre lunghe disegnate dal tramonto si specchiano fuggenti in un corso d’acqua che costeggia la strada. La navetta si arresta dopo una gimcana tra le barriere di cemento, ora tutti a piedi armati di trolley verso una tensostruttura bianca che troneggia nel nulla, l’aeroporto è lontano.

Un poliziotto controlla la coda di passeggeri e, a gruppi, ci introduce in questo grande spazio vuoto. In fondo, due militari controllano il biglietto aereo e ci fanno proseguire. Dentro, normale chek-in e poi via verso il gate defilato attraverso un affollatissimo duty-free che ha più l’aspetto di un grande centro commerciale con una ricchissima offerta di prodotti esentasse. Stessa compagnia low cost, stesso tipo di aereo, stessa puntualità.

Scendiamo a Budapest, aeroporto internazionale, che è notte. La struttura è modernissima e molto illuminata e, come a Brussel, siamo fuori senza passare il minimo controllo. Vista l’ora tarda, e considerando che è la prima volta che veniamo qui, ci affidiamo ad un taxi per raggiungere l’hotel. Se il cambio in fiorini ungheresi fatto al change dello scalo è decisamente sconveniente, è il taxista che ci rifila la prima fregatura. Scopriremo poi che esistono una compagnia ufficiale a costo calmierato e una compagnia fotocopia (l’unica diversità sta nel numero identificativo del mezzo posto sul tettuccio che è di colore diverso) che sfrutta i malcapitati turisti. Subito ci rendiamo conto di esserci spostati a sud, i furbetti esistono in ogni dove ma in questa fascia, e l’Italia ne è il triste emblema, sembrano proliferare meglio.

Al risveglio capiamo finalmente dove siamo e uno sguardo da un imponete ponte sul Danubio, ci svela in un solo colpo d’occhio sulla destra la tranquilla e verdeggiante Buda, su cui troneggia l’imponente Palazzo Reale e, a sinistra, la più frenetica Pest, tagliata da ampie strade e disseminata di teatri e bar che sembrano non dormire mai. Nei quattro giorni trascorsi in città non abbiamo mai incrociato controlli, uomini in divisa, né pattuglie militari e, nonostante il traffico intenso, non esistono i vigili agli incroci.

In questo rigore architettonico che si srotola lungo i viali “da parata”, si respira ancora un certo rigore sovietico e non è difficile immaginare in questo contesto la presenza di una rete invisibile di polizia in borghese (almeno questa è la sensazione). Non si vedono immigrati parcheggiati sulle strade o nei parchi, non esistono lavavetri né venditori ambulanti. Qualche povero locale, uomo, chiede timidamente l’elemosina. Famiglie di fede islamica e donne velate molto poche e, a quanto pare, principalmente in veste di turisti.

Tutta la città è pervasa da un turismo in massima parte giovane e internazionale e anche alcuni servizi paiono progettati unicamente per chi ha buone gambe, presa sicura e vista efficiente: le scale mobili della metropolitana sono ripidissime e velocissime (mai viste di eguali), i convogli che viaggiano verso l’aeroporto corrono veloci lungo il marciapiede senza la minima protezione e le sbarre dei passaggi a livello scendono solo per chiudere la carreggiata del senso di marcia lasciando libero quello contrario. In un’Europa che invecchia costantemente e che fa fatica a trovare la strada del rilancio investendo sul futuro, Budapest sembra viaggiare controcorrente… se non sei agile, sveglio e possibilmente giovane, qui c’è poco spazio per te. Anche il nastro trasportatore delle valige dell’aeroporto Ferenk Litszt scorre velocissimo sui rulli…

Michelangelo Dotta
MONITOR
Rubrica di NUOVO PROGETTO