Sermig

Il dono dell'ospitalità

di Claudio Monge - A chi pensava che il XXV Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, tenutosi tra il 6 e il 9 settembre a Bose, imperniato sul tema Il dono dell’ospitalità, sarebbe in qualche modo rimasto atarassicamente distante dalle problematiche di un mondo di esodi biblici, di barconi e di campi profughi, si è dovuto ricredere. Le relazioni e gli interventi dell’assise hanno offerto una miriade di spunti preziosi per scrutare i “segni dei tempi”, ma hanno anche evidenziato una tensione sempre più acuta e propria della teologia ortodossa, tra la difesa ad oltranza di un cristianesimo estatico, idealistico e in definitiva ideologico, il quale rischia di ignorare la storia, la natura, e perfino il prossimo, e la tentazione di un attivismo pseudo-caritatevole ma sterile, dove il rapporto con l’altro diventa il luogo di manifestazione delle sindromi egoistiche del benefattore e salvatore, di una superiorità esercitata in modo filantropico.

In un clima di ascolto reciproco e di simpatia necessaria per superare i pregiudizi, i convegnisti hanno fatto un sincero sforzo di mutua ospitalità, molto spesso già così difficile da praticare al cuore stesso delle proprie comunità. Visto che la mentalità ortodossa attinge, con naturalezza, prima di tutto al pozzo delle proprie grandi tradizioni spirituali, è stata inevitabile la frequente ricorrenza del riferimento al doxastikón dell’Ufficio mattutino del Sabato santo della liturgia bizantina. Nell’inno in questione, Giuseppe d’Arimatea supplica Pilato di dargli il corpo di Cristo con queste parole: «Dammi questo straniero, esiliato fin dall’infanzia come straniero nel mondo. Dammi questo straniero, che i suoi fratelli di razza per odio hanno ucciso come straniero… ». Già in questo breve estratto del Tropario pasquale, appare evidente come il prossimo stia nello spazio della Rivelazione e non solo dell’etica: Cristo si è identificato con gli stranieri e i senza dignità.

Ecco perché lo straniero non è solo il destinatario dell’amore ma diventa un luogo rivelativo di Dio stesso, oltre che parabola vivente della condizione che ci accomuna come creature chiamate a governare responsabilmente una creazione di cui non siamo proprietari. Se lo “straniero” è una sorta di Sacramento della post-modernità, il dibattito teologico si è infiammato sulla questione dell’ospitalità eucaristica, argomento ancora tabù nel mondo ortodosso. Tuttavia a Bose una domanda è sorta provocatoria e in attesa di risposta: come si può continuare a benedire dei matrimoni interconfessionali, tra l’altro sempre più numerosi, per poi fare delle coppie miste, impossibilitate ad accedere come tali ad un’unica comunione eucaristica, una paradossale manifestazione della disunione invece che della comunione espressa dal sacramento stesso che ha cambiato la loro esistenza?  

Istanbul station - Rubrica di NP