Sermig

Scuola itinerante con i nomadi

di Mauro Palombo - La missione di don Renato lo ha reso punto di riferimento per molte comunità di nomadi, specie in Asia.

Il lavoro di promozione umana in questo contesto di vite semplici, autentiche, ma minate da miseria e malattia, passa attraverso varie forme di intervento: ascolto, aiuto sanitario, ma l’iniziativa più importante è portare a scuola i bambini. La chiave per l’evoluzione. L’educazione dà sempre il contributo più importante alla crescita di una comunità diffondendo consapevolezza in ogni ambito della vita e dei rapporti tra le persone. «Il bambino nomade che non va a scuola vive tutto il giorno una vita istintiva: fa ciò che vuole, quando lo vuole. Se qualcuno può aiutarlo a fermarsi tre ore al giorno, per ascoltare ciò che un insegnante gli dice, questo bambino crescerà diverso. Non rischierà di risolvere sempre i problemi in modo istintivo. Attraverso la scuola si sviluppa un altro tipo di uomo e di donna: saranno più uomo e donna, ragioneranno di più per affrontare la loro vita». Portare a scuola i bambini non è stato però sempre possibile: in parecchi casi si è dovuto portare la scuola da loro.

La tradizione delle comunità nomadi del Rajastan è di spostarsi giorno per giorno sui pascoli delle loro greggi. Con loro i bambini, cui era demandato il compito di badare in gruppi al bestiame, una decina di animali ciascuno. Chiaramente, questa dimensione di vita li aveva del tutto esclusi da una qualche scolarizzazione. L’idea che prese forma 16 anni fa è stata di unire al gruppo un insegnante che si spostasse con loro. Ad alcuni bambini e ragazzi, una dozzina, avrebbe fatto scuola per un due-tre ore al mattino; il tempo che bambini che vivono all’aperto erano in grado di sostenere. Al resto di loro altrettanto nel pomeriggio.

Le prime “scuolette itineranti”, piccole, modeste e fragili cose, fatte più di persone e della loro pazienza che di pareti e banchi, presero vita da un minuzioso lavoro, di comunità in comunità, di don Renato e collaboratori. E iniziarono a fare evadere i piccoli dai limiti del loro mondo. Col sostegno di amici; tra i quali il Sermig, che ebbe modo di partecipare contribuendo al sostegno delle necessità di risorse per i salari e le spese degli insegnanti, libri, e altro. Il lavoro “venne visto” dalla Conferenza episcopale, tramite la sua “Pastorale dei nomadi”, e lo fece suo, con molto impegno, promuovendone l’espansione, e sostenendola in parte. Solo con le comunità Bhil si è arrivati ad avere 57 insegnanti al lavoro. I bambini-pastori erano stimati in 40.000, e in larga parte, anno dopo anno, sono stati raggiunti. Don Renato ha sempre seguito il percorso di questo lavoro.

Oggi questi bambini e bambine delle “scuola itineranti” sono i padri e le madri delle giovani famiglie Bhil. E, consapevolmente, si prendono cura dei loro figli, scegliendo di mandarli pressoché tutti a scuola.

Alcune famiglie si sono sedentarizzate. Altre mantengono lo stile itinerante tradizionale almeno per alcuni mesi l’anno, ma i bambini restano nel villaggio, affidati a parenti, per poter frequentare la scuola. I compiti nella famiglia affidati ai piccoli tengono conto di questa priorità. Il governo aiuta per dare un’abitazione; e sono aumentate le scuole nei villaggi.

Quest’anno, il lungo cammino delle ultime “scuole itineranti” è giunto al suo traguardo.

È stato possibile, partendo da una reale attenzione all’altro, individuare una ipotesi di lavoro molto “creativa” per accompagnare – è davvero il caso di dirlo – un cambiamento profondo, costruendo la possibilità di far nascere qualcosa di nuovo, ad un livello più elevato. Semplice, tutto sommato. E soprattutto “possibile”.

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Mauro Palombo
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