Sermig

Ascoltiamo la coscienza

a cura della redazione unidialogo
Roberti, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, ospite dell’Università del Dialogo del Sermig.


LA COSCIENZA
Che cos’è la coscienza, come la vedo? Io sono legato ad una definizione: la coscienza non è altro che la capacità di giudizio pratico che ti consente di distinguere il bene dal male. È ciò che ti permette di capire anche le conseguenze delle tue azioni, e quindi ti porta a un’assunzione di responsabilità. Naturalmente è un concetto relazionale. Se distinguo il bene dal male, mi rendo subito conto che devo determinare le mie azioni in rapporto agli altri. Oggi si tende a credere che bene e male siano semplici punti di vista. Non è così! Lo diceva anche sant’Agostino: dentro di noi c’è il bene e male, ma anche la capacità di discernere quali sono le azioni buone e quelle cattive. Possiamo anche compiere il male, ma siamo capaci di definirlo. Naturalmente per farlo, serve cultura, studio, educazione, un quadro di valori indispensabile.

IL CONTESTO
L’ambiente in cui si cresce è fondamentale. Penso a un fenomeno che ho conosciuto a fondo, quello della criminalità organizzata. Negli anni ho capito che le disuguaglianze sono la vera forza delle mafie. In che senso? I mafiosi da una parte approfittano dell’inclinazione di molti potenti a servirsi di loro, dall’altra reclutano i disoccupati, i disperati, gli emarginati, i rassegnati, quelli che non hanno prospettive e che credono di trovare nelle mafie una sorta di riscatto sociale. Io vengo da una realtà, la Campania, devastata da una serie di crimini ambientali inauditi, primo fra i quali quello dello smaltimento illegale di rifiuti. Quando si parla di rifiuti si parla di ecomafie, ma è riduttivo. Perché troviamo sì manovalanza mafiosa, ma soprattutto imprenditori senza scrupoli che per risparmiare sui costi di smalti mento dei rifiuti si affidano alla camorra.
Dunque, abbiamo a che fare con reati di impresa, di economia illegale.
Il classico esempio di un servizio offerto dalle mafie a pezzi deviati dell’economia legale, l’altra faccia di quanto viene offerto ai rassegnati e agli ultimi.



LA RISPOSTA

Diceva Giovanni Falcone: le mafie sono un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani hanno avuto un inizio e avranno una fine. Questo è un pensiero noto, viene ripetuto continuamente, è quasi un mantra. Ma quello che non viene ripetuto è la seconda parte del ragionamento di Falcone che aggiungeva: per ottenere la sconfitta delle mafie occorre ripristinare, creare, costituire un rapporto di fiducia tra Stato e cittadino e lo Stato si deve meritare la fiducia dei cittadini.
Come? Mettendo in campo le risorse migliori contro le mafie. Lo stesso concetto ripreso dal presidente Mattarella nel suo discorso di insediamento.
Contro le mafie – disse – non servono eroi, non servono le avanguardie, serve una moltitudine di uomini e donne preparati, integri, onesti, incorruttibili e soprattutto tanti. Una moltitudine, diceva Mattarella. E sono d’accordo anche io. Solo le scelte di coscienza di tante persone costruiscono una coscienza collettiva. Oggi, mi colpisce l’incapacità dei giovani e non solo di scegliere e prendersi la responsabilità delle scelte.
È un salto di qualità culturale che potrebbe rappresentare una svolta.
Se si diffonderà questa cultura, che io chiamo legalità, la società sarà migliore e potremo vincere anche la cultura di morte della mafia, perché le mafie sono portatrici di cultura di morte.
Questo ancora non è capito. Quindi, anche in questo caso le risposte devono essere strutturali, organiche: partire dal principio dello Stato di diritto, che poi siamo noi, una pietra angolare su cui costruiamo le nostre esistenze.
Lo Stato di diritto non tollera poteri al di fuori e al di sopra della legge. Ci riguarda? Sì. Ne siamo consapevoli? Ancora poco.

redazione unidialogo