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Istanbul, "città mondo" sfigurata

di Claudio Monge - «Non amo l’Istanbul attuale, dove i miei ricordi sono stati distrutti», così si esprimeva di recente Orhan Pamuk, Nobel della letteratura, originario della megalopoli tra i due continenti nella quale e in riferimento alla quale ha scritto molti dei suoi romanzi.

L’antica Costantinopoli è un continente urbano in gran parte sconosciuto, troppo spesso ridotto ad alcuni alti luoghi della storia e dell’arte, estratti di un immaginario riduttore. In realtà, quando ci vivi sei costretto a prendere la misura di un organismo urbano mostruoso, sfigurato da un potere che l’ha promosso a vetrina ideologica di una identità decine di volte artificialmente ricostruita, spesso e volentieri sulla pelle di milioni di persone, sedotte da slogan che nella maggioranza delle volte non mantengono ciò che promettono. Istanbul, in due decenni ha raddoppiato i suoi abitanti (da 8 a circa 16 milioni), ma gli indiscutibili sforzi per un miglioramento generale delle condizioni di vita, non sono stati proporzionali alle conseguenze, spesso catastrofiche prima di tutto per l’ambiente, delle sue trasformazioni fisiche, economiche e culturali troppo accelerate.

Questa megalopoli è il laboratorio permanente dell’anelata identità turca, tra tensioni autoritarie installate dal regime e l’adesione a modelli economici e stili di vita ultraliberali, tra consumismo sfrenato e tentazione al ripiegamento identitario collettivo, reazionario e sempre meno solidale. Unica eccezione, a questa tendenza generale, sono i collettivi cittadini (Solidarietà Taksim, la Difesa urbana di Istanbul,…) nati sullo slancio dell’ormai mitica protesta di Gezi Park del 2013: in difesa degli spazi verdi e di quartieri più inclusivi e a misura umana, contro l’artificiale unanimismo creato dalle municipalità dell’islam politico. Ma la svolta urbana della Metropoli dei due Mari, inizia già nei primi anni ‘90, con l’accelerazione della ristrutturazione della base economica della città: delocalizzazione nelle lontane periferie europee ed asiatiche di vecchie attività industriali (come i cantieri navali sul Corno d’Oro) e artigianali (come le concerie di Kaslıçezme) e terziarizzazione dell’economia urbana e l’apertura all’economia del consumo di massa e dell’elite.

Questo processo è ora al culmine, con il crollo del turismo culturale europeo rimpiazzato da quello dello shopping dei Paesi del Golfo: dalle code interminabili per accedere agli splendori dell’arte bizantina e ottomana, a quelle ai controlli di sicurezza all’ingresso dei mega centri commerciali globali, cresciuti come funghi talvolta sulle fondamenta di antichi siti archeologici o sulle macerie di vecchi edifici storici. Si rinnova così una patologia dell’umano: la distruzione sistematica delle tracce di storia, per poi avere in seguito nostalgia di ciò che si è perduto.

Claudio Monge
LEVANTE
Rubrica di NUOVO PROGETTO