Sermig

Giochiamoci la nostra partita

di Corrado Avagnina - Non serve lamentarsi, ma fare ognuno la propria parte, nella concretezza di ogni giorno. L’autunno-inverno ci avvolge ormai, con il clima inconfondibile di una stagione che d’attorno si colora di mille sfumature e che nell’aria rilancia sensazioni di qualche malinconia, ingenerando freddo, gelo, maltempo assortito. Lo sguardo d’attorno ovviamente non ci coglie di sorpresa. Così gira il tempo.

Sarebbe sconcertante e paradossale se a novembre-dicembre il clima non fosse così. Ci è bastata, come eccezione preoccupante, la lunga siccità estiva, da troppe parti. Però qui non facciamo poesia e neppure… meteorologia. Non ne siamo capaci, su entrambi i terreni. Ci sono più che sufficienti le parole normali per dirci che siamo tornati tutti, dopo i mesi caldi (fin troppo), dopo le ferie (ormai lontane), dopo gli eventi (che comunque si rincorrono)… ad un percorso feriale di impegno, di gioie e fatiche, di nodi da sciogliere, di lunario da sbarcare nel quotidiano. È il tempo di studiare sodo per i ragazzi, di essere seri per tutti, di operare al meglio nelle proprie responsabilità giorno dopo giorno. Ci vogliono i mesi del solleone con le varie pause che portano con sé, consentendo di staccare un po’ la spina e di privilegiare qualche sosta di sollievo. Ci vogliono anche i giorni di Natale e fine-anno per provare ad assaporare tempi diversi, pure suggestivi, se non altrettanto stressanti. Ma poi ci vuole la vita cosiddetta normale, senza troppi sbalzi, troppe parentesi, troppi vuoti.

Ecco allora la trafila che ci attende, che non è grigia o banale. È soltanto vera. La nostra esistenza passa essenzialmente dentro giornate alla portata di tutti, dentro la famiglia, nel lavoro, nel paese, nella parrocchia, nella comunità e pure nelle preoccupazioni, nelle attese, nelle complicazioni assortite, nelle prove della malattia… in cui mettercela tutta, anche senza fare notizia, magari senza che molti se ne accorgano, costruendo un tessuto di umanità che vale, aiutando i ragazzi a crescere, diventando responsabili sulle frontiere importanti che ci toccano perché dipendono da noi, facendosi carico delle situazioni e non bypassandole con sufficienza o delegandole ad altri (chi poi?). Già, c’è pure da pensare che se ognuno di noi non facesse la sua parte o non la facesse bene, nessuno potrebbe rimpiazzare, sostituire, riempire un vuoto, coprire un’assenza.

Non si può chiamare la panchina per appoggiarsi a qualcuno che faccia ciò che noi non siamo più in grado di realizzare, lasciando campo ad altri. No, il sostituto non c’è. Inutile cercarlo. Si è “costretti” a giocarsi la partita in proprio. I troppi che si defilano dalla quotidianità sono lì a dirci che le cose non vanno bene, su tanti fronti. Questo alibi va azzerato. È su questo terreno concreto, magari spesso sorvolato o snobbato o disatteso, che ci giochiamo la partita del nostro essere al mondo, da uomini e donne, da mamme e papà, da genitori e figli, da sposi, da operatori in vari campi, da cittadini, da credenti, da protagonisti nella propria realtà, da titolari della propria esistenza… E non è cosa di poco conto.

Corrado Avagnina
QUARTA PAGINA
Rubrica di NUOVO PROGETTO