Sermig

Più forte dei simboli

di Matteo Spicuglia - Fu il primo giornalista ucciso dalle Brigate Rosse: Carlo Casalegno, nel ricordo del figlio Andrea.
«Colpire dei simboli? Tanti erano convinti di farlo. Ma io non ci credo. Per me è un alibi, una scusa. Chi uccide sa di fare qualcosa di grave, di disumano e prova a farsene una ragione. La verità è un’altra. Si colpiscono sempre e comunque delle persone. Nel mio caso non è stato ucciso un simbolo, mi è stato tolto un padre». Andrea Casalegno soffre ancora. Parole asciutte, analisi lucidissima sugli anni di piombo, ma uno sguardo che tradisce ancora le emozioni. Quarant’anni fa, le Brigate Rosse uccisero suo padre Carlo, all’epoca vicedirettore de La Stampa: il primo giornalista che in quegli anni pagò con la vita per le proprie idee.

Quelle di un ex partigiano, azionista, di formazione liberale, che di fronte alla violenza politica di quegli anni non si stancava di difendere le istituzioni, lo Stato sotto attacco. Non chiedeva leggi speciali Casalegno, ma fermezza. E lo scrisse senza paura.
Il 16 novembre del 1977, un commando delle Brigate Rosse lo raggiunse nell'androne della sua casa di Torino: quattro colpi di pistola al volto, 13 giorni di agonia, poi la fine. Andrea all'epoca aveva 33 anni, sposato, padre a sua volta. Conosceva l’estremismo politico, come tanti coetanei aveva idee opposte a quelle dei genitori. Aveva scelto di militare in Lotta Continua, ma da sempre era contrario alla deriva di quel mondo.

«Ero convinto che fosse possibile esprimere la più grande forma di dissenso politico, ma senza sparare contro gli avversari. Per me era semplice buonsenso, per tanti altri no. L’attentato contro mio padre non ha rivelato nulla se non la stortura mentale di chi pensava di fare politica uccidendo le persone».
Casalegno da allora è entrato nell'immaginario di un’Italia che non si arrende, che non cede alla paura, che resiste.
Guai però a spersonalizzare un uomo! Casalegno prima di essere un intellettuale, un giornalista, era marito, padre, nonno. «Già immaginava il momento in cui avrebbe portato mio figlio a vedere una partita della Juventus o una corsa di Formula Uno», ricorda oggi Andrea con tenerezza.
«Come padre fu più distaccato, ma il modo in cui faceva il nonno mi fece capire che tutti possiamo migliorare nella vita».

Anche episodi come questi danno il senso di un’assenza, del peso del mai più. «Chi uccide, qualsiasi sia il motivo che lo spinge, – dice Andrea – non capisce che insieme a un uomo viene ucciso il suo mondo, le persone a lui vicine. Penso a mia madre che era ancora giovane e che ha visto sparire un riferimento importantissimo. Penso anche a noi famigliari e amici». Andrea non aggiunge altro, ma fa capire. «Ognuno provi a mettersi nei panni e potrà intuire come ci siamo sentiti». Ma il perdono ha un posto?
«Di sicuro non riguarda la dimensione pubblica, solo percorsi personali. Io do più importanza alla giustizia e alla conoscenza. Dopo tanti anni, sono le uniche chiavi per provare ad elaborare una ferita». Per ricordare sempre che l’umanità è più forte dei simboli.

Matteo Spicuglia
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Rubrica di NUOVO PROGETTO