Sermig

Gran Canal

di Lucia Capuzzi - Un’opera rimasta sulla carta emblema di un Paese al bivio: il Nicaragua.
I lavori sono stati inaugurati quasi tre anni fa, il 22 dicembre 2014, con un primo tratto di sei chilometri. Allora, il governo aveva definito il “Gran Canal” – grande canale – il fondamento del Nuovo Nicaragua. L’opera faraonica, da 50 miliardi di dollari, avrebbe collegato in linea retta Atlantico e Pacifico.
Eppure, finora, a parte una striscia d’asfalto, lungo il fiume Brito ci sono solo erbacce. Una metafora del Nicaragua attuale, in cui la “rivoluzione sandinista” è impantanata nel “danielismo”.
Il cui sistema politico – eminentemente ambiguo – è in bilico tra populismo autoritario e clan oligarchico. Un paradosso non da poco per un governo che ha nel proprio Dna un’insurrezione popolare contro una dinastia familiare.

Al potere per 43 anni grazie al pugno di ferro e il sostegno di Washington, i Somoza amministrarono la nazione centroamericana come la propria “finca” (fattoria).
Fino al 1979, quando il tenente colonnello Largaespada si arrese ai ribelli, riuniti nel Frente sandinista de liberación nacional. Un movimento nazionalista con venature socialiste, erede – come dice il nome – della lotta contro l’occupazione statunitense di inizio Novecento, guidati da César Augusto Sandino. Fra i nove comandanti rivoluzionari accolti da una moltitudine in festa a Managua, c’era anche Ortega, che riuscì a imporsi sugli altri. Fino a diventare l’“uomo inevitabile”. Certo, tra il presidente della giovane giunta rivoluzionaria e il “dinosauro” che, nel 2014, ha cambiato la Costituzione per garantirsi la rielezione indefinita, ci sono di mezzo quattro decenni turbolenti e la fine della Guerra fredda.

Mentre l’Unione Sovietica corteggiava i sandinisti, gli Usa tentarono di destabilizzarli, finanziando i gruppi controrivoluzionari, i cosiddetti “contrás”. Il massacro andò avanti per undici anni. Solo dopo la caduta del muro di Berlino si trovò un compromesso.
Con le elezioni libere del 1990. I sandinisti persero e Ortega lasciò, come pattuito, il potere. Per tornarvi – dopo tre successive batoste e alleanze controverse con gli ex nemici di un tempo, incluso uno degli ex capi della contrás, Jaime Morales Carazo – nel 2006. Determinato a restarvi. Accompagnato dall’ambiziosa moglie – nonché attuale vice-presidente – Rosario Murillo e dagli otto figli, prontamente nominati consiglieri in ruoli chiave della burocrazia statale.
Se la retorica di Ortega è cambiata poco, la politica s’è fatta nettamente liberista. Non a caso, il blocco che lo sostiene include i vertici del mondo imprenditoriale, corteggiato a forza di esenzioni tributarie. Il Paese del resto, nell’ultimo decennio, è cresciuto a tassi intorno al 4,4 per cento annuo grazie alle esportazioni di materie prime e agli investimenti esteri, abilmente sostenuti e protetti dal governo. Il benessere è rimasto, però, concentrato in poche mani: con metà della popolazione sotto la soglia di indigenza, il Nicaragua è il secondo Paese, dopo Haiti, più povero dell’America Latina. Il presidente, tuttavia, ha creato una serie di programmi assistenziali – come Plan techo e Hambre zero – che gli hanno assicurato uno zoccolo duro di sostegno fra le classi popolari.

Spina dorsale dei sussidi sono stati i fondi forniti dall’amico Hugo Chávez. Quando il caudillo di Caracas nuotava nei dollari del petrolio, a Managua sono fluiti quasi cinque miliardi in dieci anni, attraverso l’impresa venezuelano nicaraguense Alba de Nicaragua. Denaro che Ortega ha potuto amministrare liberamente, senza controllo pubblico. E lo ha fatto in chiave clientelare, denunciano i critici, inclusa buona par te del sandinismo storico, dal poeta Ernesto Cardenal all’ex comandante Dora María Téllez, agli scrittori Gioconda Belli e Sergio Ramírez.
La tremenda recessione in atto a Caracas, l’ha costretta ora a tagliare gli aiuti alle nazioni alleate. Ortega ha incassato il colpo sforbiciando qua e là alcuni programmi sociali. Non è, tuttavia, l’economia la sua principale preoccupazione. Dopo aver silenziato o allontanato le voci dissonanti all’interno sandinismo, il presidente ha messo fuori gioco i principali partiti di opposizione. Fatto che ha suscitato “forti preoccupazioni” nei vescovi nicaraguensi. Alle ultime elezioni, il 6 novembre scorso, di fatto, s’è trovato senza rivali. Ottenendo senza sforzo il terzo mandato consecutivo e il quarto totale. Cioè fino al 2022: allora sarà stato per sedici anni ininterrotti al vertice, più di qualunque rampollo Somoza.

Nelle aree rurali sta crescendo, tuttavia un forte movimento di resistenza contadina in difesa della terra. A innescarlo è stato proprio il progetto del “Gran canal”, dato in concessione per la sua realizzazione al magnate cinese Wang Jin. A quest’ultimo è stata concessa di fatto la facoltà di creare un’area sottratta alle leggi nazionali, espropriando 100mila famiglie, in gran parte indigene e situate in aree protette. Finora, il canale – che doveva essere pronto nel 2020 – è rimasto sulla carta, pare a causa delle disavventure economiche di Wang. In compenso, però, la minaccia di esproprio ha coagulato un composito fronte oppositore, guidato dal Consiglio nazionale di difesa della terra, del lago e della sovranità e dalla pasionaria contadina Francisca Ramírez. E il malcontento monta.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO