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L’aria pulita di Talanoa

di Sandro Calvani - Ho partecipato alla 23esima conferenza – svoltasi a Bonn – delle parti firmatarie dell’accordo di Parigi sul cambio climatico, assieme alle delegazioni di 1.005 organizzazioni della società civile, un centinaio di università e 196 Stati membri, sotto la presidenza di Voreqe Bainimarama, primo ministro di Fiji, una delle piccole isole dell’oceano Pacifico più vulnerabili per il cambio climatico.

C’era un’aria diversa dalle solite conferenze delle Nazioni Unite. Si respirava e si sentiva un profondo senso di “Talanoa”, una parola della lingua di Fiji che significa dialogo in forma inclusiva, partecipativa e trasparente, che crea empatia tra le parti e aiuta a prendere decisioni condivise per il bene comune.

L’accordo di Parigi sul cambio climatico richiede alle parti, che hanno firmato il trattato nel 2015, di presentare il proprio contributo determinato a livello nazionale (NDC dall’abbreviazione in inglese). È uno dei primi passi da compiere per garantire l’efficacia dell’accordo e la sua messa in pratica in modo trasparente. Si tratta di trasformare gli accordi di Parigi da promesse che erano in politiche innovative, e misure pratiche, strategie, programmi e attività che possono contribuire al raggiungimento degli obiettivi del controllo del cambio climatico. Gli Stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico ASEAN (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam) hanno presentato alla Conferenza di Bonn i propri piani per ridurre le emissioni di gas con effetto serra.

Il risultato del loro lavoro di trasformazione industriale, energetica e domestica, sarà una riduzione del 5,48% delle emissioni potenziali e reali di gas con effetto serra entro il 2020. Allo stesso tempo, per realizzare efficacemente i propri NDC, gli stati ASEAN devono anche sviluppare e attuare politiche innovative sul cambiamento climatico, per ottenere una mitigazione e adattamento, e realizzare un quadro istituzionale che permetta loro di sviluppare strategie per mobilitare risorse e collaborazione da parte del settore privato e finanziario.

Gli stati dell’ASEAN hanno condiviso con migliaia di delegati di altre parti del mondo azioni già avviate (o che stanno per iniziare) nei settori prioritari in particolare nel settore agricolo-forestale compresa la silvicoltura, nel settore marino e di gestione delle acque dolci e in quello energetico.

Per raggiungere gli obiettivi proposti gli stati ASEAN devono collaborare non solo all’interno del loro mercato comune, ma anche condividendo scelte ambientali in partenariato con istituzioni internazionali, grandi attori non statali, e le grandi nazioni ed economie vicine come l’India, il Bangladesh, la Cina, la Corea ed il Giappone. Nelle consultazioni alle quali ho assistito è risultata evidentissima la buona volontà dei Paesi asiatici ad accelerare al massimo le azioni necessarie.

A livello internazionale è apparsa indiscutibile la forte leadership della Cina, con l’aiuto dell’Indonesia, Paese sede del segretariato ASEAN, che ha anche messo a disposizione il proprio grande padiglione nella conferenza per facilitare dozzine di riunioni e consultazioni per mettere in comune le buone pratiche e creare consenso. Rispetto alle 22 conferenze sul cambio climatico svoltesi nei due decenni scorsi, è risultato addirittura più facile approvare piani coraggiosi ed accelerati di mitigazione ed adattamento al cambio climatico, grazie all’assenza quasi completa del governo federale degli Stati Uniti, che in passato aveva presentato una posizione più conservatrice e prudente.

La delegazione americana ha disertato quasi tutti i dibattiti più importanti, come se gli USA fossero in realtà su un altro pianeta. Attivissimi invece i rappresentanti degli Stati americani, come per esempio la California e il Maryland che, con lo slogan “we are still in” (siamo ancora dentro) hanno insistito che il popolo, gli Stati e le imprese americane appoggiano pienamente il trattato di Parigi, nonostante la posizione da bastian contrario del presidente Trump.

Due giovanissimi delegati di Fiji, Shalvi Sakshi, una bambina di 10 anni di Bua e Timoci Naulusala, un ragazzo di 12 anni di Naivicula hanno concluso con il semplice e forte appello ai potenti del mondo di dare un’opportunità di vita anche alle prossime generazioni dell’umanità.

Nella foto: Timoci Naulusala, alla conferenza COP23 a Bonn sul cambio climatico.

Sandro Calvani
ORIENT EXPRESS
Rubrica di NUOVO PROGETTO