Sermig

Custodiamo la Terra

unidialogo - Quando la natura crea armonia tra le diversità. La lezione di Paolo Pejrone, ospite dell’Università del Dialogo del Sermig.



Paolo Pejrone è uno degli architetti paesaggisti più famosi al mondo. Una carriera lunga quasi 50 anni, oltre 800 parchi e giardini progettati un po’ ovunque. Una sorta di archistar del verde, ma lui ama definirsi semplicemente un giardiniere.

Come mai?
La differenza tra architetto e giardiniere è sostanziale. L’architetto paesaggista ha la pretesa di far diventare la natura un oggetto. Il giardiniere invece vuole solo farla crescere con intelligenza e soprattutto con passione e con il cuore.

Come ha scoperto questa passione?
Posso dire che è cresciuta con me. Da bambino, seminavo, piantavo, vedevo crescevo, soprattutto irrigavo. Il gioco dell’acqua sulla terra era una meraviglia. Poi, sono arrivati i primi ravanelli, l’insalata e così via. Il merito comunque è di un vecchio giardiniere che si chiamava Giovanni e di sua moglie Maria. Erano senza figli, quindi in una certa forma mi hanno un po’ adottato e io li vedevo all’opera. Ho imparato moltissimo da loro, soprattutto cosa significa entrare in contatto con le piante. Quando mi dicono che le piante parlano, rido perché non è vero, però esprimono tanto. Esprimono gioia, delusione. Se le conosci, te ne accorgi subito.

Qual è il segreto per progettare un giardino?
Per prima cosa bisogna studiare. Solo con delle basi, conoscenza e amore diventano un ping-pong. Quando io pianto un albero devo pensare che quell’albero per colpa mia o per mio amore starà lì per molto tempo. E questa è una responsabilità, anche perché quella pianta dovrà essere curata, protetta. Per me, il rapporto con un giardino è come una storia d’amore. Alla base di tutto deve esserci una certa sobrietà, la semplicità e soprattutto la conoscenza. È molto importante pensare il giardino come compagno. Il giardino come memoria, il giardino come futuro, il giardino come prova....

Cos’è per lei la bellezza?
L’ideale di bellezza cambia nel corso della vita. Oggi posso dire che per me bellezza non è l’artificio, ma la semplicità. E in questo, la bellezza è uguale ovunque, in Cina come in Francia. C’è l’atto creativo di un giardino, da cui possono nascere anche tante sorprese: la felicità delle piante, la felicità del posto, la felicità che si riversa sulle persone. Il bello è qualcosa di speciale, è qualcosa che noi uomini possiamo apprezzare, che ci è congeniale. Ogni generazione ha lasciato orrori e bellezza. Devo dire che solo la bellezza salva, aiuta, dà gioia.

La natura impone anche la pazienza. Serve tempo per godere delle cose belle...
Sì, la pazienza è fondamentale ed è un enorme esercizio. Un giardiniere sa benissimo che se pianterà una vigna, per almeno tre anni non vedrà alcun frutto. La natura, l’agricoltura, sono così. E questo è in conflitto con la mentalità di oggi. Noi siamo immersi in una velocità pazzesca. La natura ci ricorda invece che ogni cosa ha il suo tempo.

E in questo tempo, ognuno è chiamato a custodire...
Sì, in un giardino quello della cura è forse il compito più importante. Quello delle piante, degli alberi, dei cespugli, degli arbusti è un mondo a sé conosciuto molto poco. Attraverso la cura costruiamo armonia e vediamo che anche piante diverse possono convivere. In questo, il giardino può diventare davvero un simbolo di diversità avvicinate. È una metafora, una vera metafora di crescita, di salvataggio, di vita. La bellezza fatta dalla diversità. Questo è importantissimo. Il giardino ne è veramente una bandiera. Sono molto fiero nel mio piccolo di apprezzare nello stesso posto una pianta che arriva dal Messico, un’altra dal Giappone, un’altra ancora dalla Cina. Loro sono capaci di stare insieme. Mi chiedo sempre di più: perché noi no?

Come rispondere?
Con alcuni atteggiamenti. Prima di tutto osservare, imparare e custodire. E poi, soprattutto amare.

Redazione di Unidialogo