Sermig

Il senso della vita

di Annamaria Gobbato - A colloquio con padre Ermes Ronchi.

Chi é padre Ermes Ronchi? Ci dà una definizione di se stesso?
Sono un frate, dell’Ordine medievale dei Servi di Santa Maria, un cercatore della Parola di Dio nel Libro santo e nel libro delle creature, un amico della Parola, che è la mia roccia, il mio nido, la mia passione… Cerco di comunicare una scintilla di quello che ha acceso in me.

Che cosa significa oggi sentirsi “creature”, in un mondo in cui l’uomo, grazie anche alle tecnologie avanzate, si sente onnipotente in ogni campo?
Sentirsi creature vuol dire sentirsi in stato di creazione, sapere di essere ancora nella preistoria di noi stessi: l’uomo nasce a metà, e tutta la vita gli serve per nascere del tutto… “Creatura” è il participio futuro del verbo creare, così come altri termini: morituro, venturo, nascituro; vuol dire che qualcosa sta ancora per accadere.
Questa consapevolezza mi mette davanti alla creatività, al futuro, alla leggerezza, all’inventiva, all’originalità: io sto per accadere. Sono nelle mani di Dio che mi sta facendo fiorire.
E allora come posso credermi onnipotente? Non lo sono in nessun modo, se non nell’infinita pazienza di ricominciare il cammino verso la mia nascita. Non siamo al mondo per essere perfetti, ma per essere incamminati.
Non immobili, non seduti, non ormeggiati al porto come barche al sicuro. Sono al sicuro, ma non è per quello che sono state costruite.

Il mondo e la società contemporanei: amici o nemici del cristiano?

Amici! Il mondo e la società sono amici. E noi siamo amici della vita e dobbiamo trasmettere la fede, meglio ancora: generare alla fede in modo amichevole e affettuoso, non competitivo o arrogante; al modo del Magnificat, dove la speranza diventa musica.
La società in quanto sistema complesso di valori, strutture di relazione, in fondo è qualcosa che ci sfugge, ma le singole persone sono sempre amiche.
Le avvicinerò con passione negli occhi, e sceglierò sempre l’umano contro il disumano.

Come vivere oggi la speranza?
Appoggiandoci a tre capisaldi. Primo: la vita ha senso, non è una favola sciocca raccontata da un idiota su una scena piena di rumore e di furore…
No, la vita ha senso e, secondo, il senso della vita è positivo, noi stiamo andando verso la nascita di noi stessi, verso la nascita dell’uomo nuovo e, terzo, questo positivo inizia ora e durerà per sempre. Ecco, questi sono i capisaldi della mia speranza iniziale, che “viene sempre a noi vestita di stracci, perché le confezioniamo un abito da festa” (P. Ricoeur).
E poi ritornando sempre a Gesù: nel Vangelo non c’è mai la parola speranza, perché c’era la realtà, c’era Gesù.
Lui era il sogno realizzato, il futuro già presente. E allora quando io voglio assaporare il gusto buono della speranza torno al Vangelo, il cui cuore semplice è questo: è possibile vivere meglio per tutti, e Gesù ne possiede la chiave. Ti avvicini e non puoi sfuggire all’incantamento per la sua libertà, per la sua umanità, che è il volto alto e puro dell’uomo, per la sua capacità di abbracciare l’infinito e abbracciare anche il più piccolo bambino.

La Chiesa siamo ognuno di noi... Come approfondire questa consapevolezza e quindi assumersi la responsabilità che questa appartenenza comporta?
Io partirei dalla domanda fulminante del cardinal Martini nell’ultima sua intervista.
All’intervistatore che gli chiedeva che cosa pensasse della Chiesa, dopo aver risposto che gli sembrava indietro di 200 anni, restituì la domanda portandola nella vita: ma tu che cosa fai per la Chiesa? Tu cosa dai alla Chiesa? Noi ci sentiamo sempre in diritto di avere o pretendere qualcosa, pensiamo sempre di essere in credito con qualcuno, mentre il vero atteggiamento del credente è di sapersi debitore: tutto è grazia e tu non hai crediti da esigere ma solo debiti da restituire. Vivere è un debito, non un diritto; essere nella Chiesa è un debito che io restituisco riversando amore, riversando impegno o le briciole di bontà che riesco a radunare. Essere nel mondo come debitore grato, non come pretendente… Io amo la Chiesa, che è «Chiesa amata e infedele» come diceva padre Turoldo, ma sono e rimango nella Chiesa, pur peccatrice e infedele, perché mi trasmette Cristo.
Più di questo cosa potrei volere?

Dio è il totalmente vicino e il totalmente Altro... come conciliare questi due aspetti nell’immagine di lui che ci siamo fatti?
Dio è il totalmente Altro che viene vicino perché noi diventiamo altri rispetto a ciò che siamo (K. Barth). Lontananza che si fa Presenza affinché noi diventiamo dentro il mondo seme d’Altro, lievito d’Altro: di giustizia, di speranza, di energia, di amore. Dio è la sorgente; io non so quanto sia lontana la sorgente, ma qui è la fontana d’acqua che riempie le mie anfore vuote e mi permette a mia volta di dissetare qualcuno, di innaffiare qualche pianticella attorno a me. Io non so dove sia l’inizio della sorgente, ma so che la sorgente arriva a me. È come quando tu sei in montagna e vedi la fonte che nasce dalla roccia: tu non sai la sua profondità, vedi solo l’acqua che arriva a te… Io non so dov’è Dio, ma vedo che arriva a me, lo percepisco, lo sento, e quando lui viene riempie la vita, portando serenità, coraggio, portando pace e fiducia. Fede in Dio vuol dire vivere anche l’atto umano del credere, aver fiducia nell’uomo, nella donna, nella società, nella storia. Se noi piantiamo piccole oasi di fiducia nel deserto di difficoltà in cui viviamo, se ognuno pianta la sua palma, alla fine le piccole oasi saranno così tante che insieme conquisteranno il deserto. E la fede è questo, la fiducia che la palma è meglio della sabbia, che la luce è meglio del buio, che la spiga di buon grano è meglio della zizzania.

La tenerezza può essere una risposta all’indifferenza o, peggio, all’odio diffusi nel nostro tempo? Si può essere “teneri” nel rapporto con Dio?
Sì, Gesù è il racconto della tenerezza di Dio, Gesù è il bacio di Dio caduto sulla terra. E bisogna usare con Dio la totalità della nostra persona, compresa la tenerezza. Cosa quella donna alla cena in casa di Simone il fariseo: arriva con profumo prezioso in un vaso d’alabastro. Cosa fa? Spezza il vaso d’alabastro perché sia irreversibile il gesto, per non conservarne neppure una goccia, unge il capo di Gesù, profumo e lacrime, accarezza i suoi piedi, li asciuga con i capelli: sono gesti di una tenerezza sublime, di una tenerezza potente, che non servono a niente se non a riempire di profumo la casa. A cosa serve il profumo, nella vita? Serve a dire che c’è un amore accanto a te, a sentire la gioia che non sei solo/a. il profumo è l’ultima cosa che rimane di una persona quando se n’è andata. Rimane un po’ di profumo nella stanza. E a cosa serve il profumo nella storia? Contro l’Isis? Contro Al Qaeda a cosa serve la tenerezza?
A niente, e tuttavia la bellezza e la tenerezza sono ciò che fa infuriare i fanatici e gli integralisti, i terroristi e i fondamentalisti. E allora io dico, rovesciando la loro prospettiva, che sono proprio la tenerezza e la bellezza che salveranno il mondo dalla bestemmia della nostra epoca, ossia la violenza eretta a sistema teologico e che inonda di morte le vie della vita.

Annamaria Gobbato
da NUOVO PROGETTO