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Emergenza suolo

di Corrado Avagnina - Qualcuno se n’è accorto, ma non sono stati molti. Ad inizio dicembre cadeva la Giornata mondiale del suolo. Beh, è noto quanto queste giornate possano finire in sordina od in aria fritta. C’è da dire che sono anche troppe, nell’anno. Tutti i momenti ce n’è una. Non si riesce, realisticamente, a stare sul pezzo. Ma, in ogni caso, servono, almeno per richiamare problemi e situazioni su cui non essere distratti, pena l’incorrere poi in guai molto seri o in disastri pesanti.

Comunque, a prescindere, la questione del suolo non è per nulla accademica. Ed ogni volta che si registra qualche emergenza da pesanti eventi naturali, ecco che si comprendono i rischi da eccessivo consumo del suolo. Cosa che è avvenuta, con la cementificazione sotto gli occhi di tutti. In un susseguirsi di scenari nostrani con costruzioni cresciute attorno alle città, in un urbanesimo non sempre umanizzante, spesso non troppo razionale, e con paesi spopolati, con case dismesse od in sfacelo, ed agglomerati che intristiscono e ingenerano marginalità. Certo, dietro tutto questo ci sta la trasformazione socio-economica a partire dagli anni ‘50 in poi, finendo in un assetto complessivo contraddittorio e complicato. Ovvio che ci si introduce su un terreno irto di spunti difficili da tenere insieme. Per esempio tutta l’edilizia, comparto non irrilevante per l’economia e l’occupazione, adesso soffre una crisi prolungata. Ristrutturare appare un bel verbo, ma costa non poco, per recuperare quei confort che nel nuovo sono molto più agevoli. Torna alla ribalta il tema cruciale dell’abitare, che poi si collega ad essere una comunità, dentro una cornice ambientale vivibile per l’oggi e per il domani.

Dobbiamo interrogarci su un persistente e dilagante modello di sviluppo, che contiene troppe controindicazioni? Forse sì. Basti un dato ricavabile dall’analisi dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): la superficie agricola utilizzabile in Italia negli ultimi 25 anni è scesa ad appena 12,8 milioni di ettari. In Piemonte il consumo di suolo complessivo è di circa 175mila ettari pari quindi al 6,9% della superficie totale regionale che è di 2.540.000 ettari. Prendendo a riferimento una provincia, ancora piuttosto verde, come quella di Cuneo, si deve ammettere che si sono persi (tra aree inselvatichite ed in espansione boschiva incolta, nonché in ragione di edificazioni varie) 37.800 ettari, rappresentati per circa il 35% dai terreni più fertili. Coldiretti – commentando questi dati – ha paragonato simili “perdite” di territorio alla… scomparsa delle superfici delle città di Cuneo, Savigliano e Fossano (in totale quasi centomila abitanti). Coldiretti ricorda che «la disponibilità di terra coltivata significa produzione agricola di qualità, sicurezza alimentare ed ambientale per i cittadini nei confronti del degrado e del rischio idrogeologico ».

E già, perché non basta non costruire, occorre anche prendersi cura del territorio, per preservarlo dai guasti che alluvioni, bombe d’acqua, siccità estrema, incendi… possono ingenerare. C’è persino una legge ad hoc ferma in Parlamento che dovrebbe porre paletti e rimedi. Ma è appunto bloccata chissà dove e chissà per quanto. Senza contare il messaggio, da ascoltare, di papa Francesco nella enciclica Laudato si’, in cui si occupa anche del consumo del suolo, pure sotto l’aspetto umano e sociale: «Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura». E tutto quello che ne consegue, per noi umani e per la terra che ci è data in custodia.

Corrado Avagnina
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Rubrica di NUOVO PROGETTO