Sermig

Pace armata

a cura della redazione - Riproponiamo un estratto dell'in­tervista di Ernesto Olivero a Primo Levi, pubblicata sul n. 8 di Progetto nel 1980. L’autore di Se questo è un uomo, deportato ad Auschwitz, ha fat­to della sofferenza vissuta una oppor­tunità per ricercare valori essenziali. Il rapporto pace e guerra, fabbriche di armi e lavoro, viene visto con una sfumatura di speranza.

Pace e guerra, oggi. Lei crede nella pace arma­ta. Perché?

Sì, è una speranza come quella dell’e­tà dell’oro, una speranza astratta. Forse non è così insensata questa speranza in una pace armata, perché almeno dal punto di vista eurocentrico, è la prima volta che l’Europa da secoli passa 35 anni senza una guerra. Po­trebbe darsi che l’unica speranza con­cessa a noi miserabili sia quella di una minaccia reciproca; è molto triste, ma può darsi sia così, se vogliamo essere sperimentali.

È possibile che avvenga una guerra senza che la gente lo voglia?

È possibile, in quanto in ogni società umana oggi esistente, esiste un cen­tro di potere, che può essere assoluto, piramidale come nei regimi totalitari, o più modesto e più mascherato come nei regimi democratici: tuttavia il po­tere esiste e, disponendo di mezzi co­ercitivi, può imporre una guerra a chi non la vuole. È probabile che nessun soldato abbia mai voluto fare la guerra, e non è questione di leggere soltanto dei libri di questo secolo sulla prima e grande guerra mondiale per vedere questo fatto: anche Orazio e Tibullo la guerra l’hanno fatta, ma non piaceva loro. Orazio quasi si vantava di aver «gettato lo scudo». Credo che nessun soldato abbia mai fatto la guerra vo­lentieri, ma può esservi costretto con la forza, oppure più sottilmente con la propaganda, e la propaganda non è mai stata potente come oggi.

E come ci si può difendere?

Forse la domanda va corretta in: ci si può difendere? Ebbene io credo di sì, e lo dimostrano gli obiettori di coscien­za, religiosi o laici che siano. È una di­fesa parziale.

Però sono una minoranza. Come è possibile farlo capire alla maggio­ranza della gente?

Io penso sia questione di coraggio e di dire «no». Forse è più facile dire di no alla violenza che dire di no all’astuzia perché l’astuzia ti corrompe, ti penetra dentro. Io sono nato in tempo fascista, fascista non sono stato mai. Però ri­cordo molto bene come fosse difficile uscire dall’atmosfera del fascismo, senza un apporto dal di fuori. Lo stesso penso che avvenga su per giù in Unio­ne Sovietica oggi, dove l’informazione viene da una fonte sola, e dove perciò è impossibile pretendere dall’individuo (a cui non viene data un’altra informa­zione, un’altra disciplina se non quella unica dello Stato) che sia dissidente.

Armi e uomini. Il lavoro, l’impegno professionale, quello della Chiave a stella, del Sistema periodico, hanno ancora il significato profondo che lei descrive, mentre altri uomini ap­prontano in continuazione strumen­ti di morte di terrificante portata? Il lavoro ben eseguito, il lavoro di quegli altri altrettanto ben eseguito, non sono il segno della follia umana incapace di usare le proprie energie per crescere?

Ah certo! Io non ho voluto dire nei miei libri che basta che il lavoro sia ben ese­guito per portare la salvezza: è condi­zione necessaria quella che il lavoro sia ben eseguito, ma non sufficiente. Si può benissimo arrivare a dire che sarebbe meglio che quel certo lavoro fosse eseguito male. Il lavoro di pre­parare le armi. Io considero un lavoro anomalo, addirittura un non lavoro, un lavoro cui si è costretti: non ha molto a che fare con il lavoro che compare nel primo capitolo della Genesi, del sudo­re della fronte: io pensavo a questo. La mia morale, in questi miei ultimi libri, va circoscritta a quel lavoro che non è distruttivo ma creativo.

Alcune guerre sono scoppiate con dei trucchi per far comprare armi!

Mi pare una forma di malvagità che mi supera perché non avevo mai pensa­to a questa possibilità. È una forma di malvagità così sottile che non ci sarei mai arrivato: tollerare la guerra è mal­vagio, ma provocarla mi pare ancora più malvagio.

Nel suo libro Se questo è un uomo si legge: «Distruggere un uomo è difficile, quasi quanto crearlo; non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi». Oggi dove vede nel mondo un impegno di distruzione dell’uomo, dove stanno distruggendo l’uomo oggi?

Oserei dire che così non avviene in nessun luogo a me noto, non credo neppure negli angoli più scuri della terra. Avvengono cose orrende, anche la morte per fame è una cosa orrenda, può cioè avvenire che si lasci deperire l’uomo; ma che si intenda farlo depe­rire, deumanizzarlo riguardo alla sua dignità di uomo non credo che avven­ga in nessun luogo. Forse si tenta so­prattutto là dove ci sono regimi che si avvalgono della tortura, Ma certamen­te esisteva nella Germania nazista un accoppiamento tra volontà malvagia e perfezione tecnica che non ravviso in nessun altro luogo e quindi credo e spero anche che non si possa ripete­re una situazione così totalitaria della cattiva intenzione accompagnata dai mezzi per realizzarla.

Dopo questa sua sofferenza, chi è uomo per lei?

Potrei risponderle in pochi modi. Posso dirle che è uomo chi si ribella all’ingiu­ria, all’ingiustizia, che è uomo chi non si china davanti agli idoli, chi cammina su due gambe e non ha peli sulla lin­gua. Nelle ultime pagine di Se questo è un uomo ho scritto alcune cose a proposito: «non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire, per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lon­tano dal modello di uomo del più rozzo pigmeo e del sadico più atroce... Ecco perché è non umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo». Oggi aggiungerei che non è uomo chi “inventa” la guerra per vendere armi.

Da Progetto n. 8-9, 1980

A cura della redazione
NP FOCUS

foto: Max Ferrero/AGF