Sermig

Un cuore da bambino

Rosanna Tabasso - QUELLO CHE CONTAdi Rosanna Tabasso - Nella regola del Sermig i piccoli sono protagonisti: i piccoli che fanno cose piccole, i piccoli che fanno cose grandi. Bisogna farsi piccoli per diventare grandi. Nella via che Gesù ci ha tracciato, tra le caratteristiche di chi lo ha accolto e lo ha seguito c’è questa dimensione di accettarsi piccoli e, anche se si è grandi, farsi piccoli nell’anima.
Non significa tornare ad essere bambini nel fisico e nel pensiero, ma farsi piccoli nella vita spirituale, ovvero imparare a contare più su Dio che su noi stessi, imparare a dar fiducia a Dio, fidarsi più di lui che di noi stessi. Nella Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, tutti gli amici di Dio sono uomini e donne che si sono fatti piccoli davanti a lui, non per compiacerlo o per sottomettersi – come si faceva davanti alle divinità – ma per riconoscere nella verità la sua grandezza: Dio è Dio, e io sono la sua creatura. Dio è Dio e non arriverò mai a lui senza di lui.

Dio ci vuole come un bimbo che gusta la presenza della mamma, sazio del cibo che la mamma gli dà, un cibo che lo nutre e lo fa crescere: «Resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia» (Sal 131,2). Da grandi dobbiamo recuperare questo atteggiamento interiore, ripeterci sempre: «Signore, non arriverò mai a te senza di te. Signore, non potrò mai comprendere la tua Parola senza la guida del tuo Spirito. Signore, non potrò mai affrontare le difficoltà della vita se tu non sei con me».

Non significa delegare a Dio, significa fare tutta la nostra parte, abbattere il nemico di ogni amicizia con Dio che è l’orgoglio: l’opposizione a Dio in nome della nostra libertà, la presunzione di sapere, comprendere e poter fare senza di lui. Ognuno ha ricevuto intelligenza, risorse umane e spirituali, volontà, capacità d’amare e Dio per primo ci chiede di metterle in gioco, ma vigilando sempre sull’orgoglio, il solo a poterci allontanare da lui. C’è differenza tra orgoglio e giusta considerazione di sé. Ogni generazione ha dovuto attraversare questa fatica.
Il popolo di Israele ha camminato nel deserto per quarant’anni prima di arrivare alla Terra Promessa. Avrebbe potuto arrivarci anche in pochi mesi, ma il camminare era la ricerca di una relazione profonda con Dio ed era segnato da rivendicazioni di libertà, da continue ribellioni: perché Dio ci ha condotto nel deserto? Ci ha davvero liberati o ci ha sottomessi? Ci vuole davvero bene o ci ha ingannati? Anche la nostra generazione di adulti giudica Dio e lo tratta con sospetto, tanto da averlo allontanato dai più giovani che ora lo ignorano e gli sono indifferenti.

Con la nostra cultura, il nostro sapere abbiamo superato barriere che sembravano invalicabili. È difficile non cadere nella presunzione e nell’orgoglio. La strada è lunga anche per noi, ma Dio non vuole perdere nessuno, ci conosce, sa che facciamo una gran fatica. Non ci manda le prove, ma nelle prove ci spalanca le braccia per prenderci al volo, perché vuole che nessuno vada perso, lui che lascia novantanove pecore nell’ovile per andare a cercare quella che si è persa; che non spezza una canna incrinata e non spegne una fiamma smorta (Mt 12,20). La sua pedagogia non è mettere alla prova, è continuare a cercare ognuno, fino al momento in cui anche il più orgoglioso comprenda di essere “piccolo”, ne faccia la sua forza e si abbandoni alla fiducia. Dio crede nella nostra piccolezza e ci sta vicino fino a quando anche noi impariamo a crederci. A volte è nelle difficoltà che cominciamo a comprendere. E allora lui ci aspetta: quando piangiamo per un dolore grande, quando viviamo un momento di crisi forte, quando siamo nel peccato, quando ci sentiamo finiti... lui è lì, è con noi, sta vicino a ognuno, comunque. A volte un cuore duro si apre proprio in questi momenti difficili e a un peccato che ci ha portato alla deriva segue l’incontro con Dio, con il suo amore.

Dio aspetta che il cuore duro si frantumi, vada in pezzi. Sa che quel farsi piccoli ha bisogno di un cuore frantumato, allora o il cuore è già disponibile oppure sarà la vita, piano piano, a scardinare l’orgoglio, a portarci a vivere l’esperienza fondamentale della vita con Dio, quella di sapere che senza di lui non arriveremo a lui.
Farsi piccoli per diventare grandi è il cammino degli umili di cuore che Gesù chiama beati: felici di sapere che se anche bastiamo a noi stessi, Dio è per ognuno il tutto che cerchiamo.
Colui che è umile di cuore sa abbassarsi, sa stare al suo posto, non si fa Dio perché sa di non essere Dio, è la sua creatura. Farsi bambini nel cuore è avere un cuore umile. Gli umili di cuore del Vangelo sono queste persone: piccole e povere nel cuore.

Rosanna Tabasso
QUELLO CHE CONTA
Rubrica di NUOVO PROGETTO