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Arrivi e partenze

di Lucia Sali - Tre pagine contro sei. Sono le due facce della stessa medaglia, ovvero la strada che prenderà l’Ue nei prossimi anni: da una parte la dichiarazione di Roma dei 27 di sabato 25 marzo, dall’altra la lettera di addio della Gran Bretagna, arrivata appena quattro giorni dopo, con cui attiva l’articolo 50 e avvia formalmente la Brexit. Vincerà lo spirito federatore dei Trattati di Roma, che ha unito Paesi che sino a pochi anni prima si fecero la guerra più volte, oppure la spinta centrifuga delle forze più populiste che danno voce a quelle paure identitarie che portano al conflitto?

La risposta arriverà tra quest’anno e il 2019. Il calendario è serrato, tra le tappe per la Brexit, gli appuntamenti elettorali in Francia e Germania, e ciò che i restanti 27 con Commissione e Parlamento Ue riusciranno a fare per rispondere concretamente alle preoccupazioni della gente entro le prossime elezioni europee del maggio 2019. Quando Londra sarà ormai Paese terzo.
“Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’Ue, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione europea: la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante”, esordisce la Dichiarazione di Roma, un esercizio di diplomazia portato avanti dal premier Paolo Gentiloni con determinazione, nel tentativo di onorare la memoria dei padri fondatori nel sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma da parte di Italia, Francia, Belgio, Germania, Olanda e Lussemburgo con cui nacque la Comunità economica europea, l’embrione dell’Ue.

Da una parte, infatti, il motore francotedesco non voleva prese di posizioni troppo avanzate per il timore di ricadute sugli imminenti appuntamenti elettorali nei due Paesi. Dall’altra, il ritorno del concetto dell’Europa “a più velocità”, rilanciato non solo da diversi Paesi fondatori – Belgio, Lussemburgo – ma anche dal Libro bianco del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, e sostenuto dalla Germania, con l’obiettivo di far integrare più velocemente chi ci sta. Da un’altra ancora, la contrarietà e la paura dei Paesi dell’Est, interessati ai fondi Ue ma meno a dimostrare solidarietà sui migranti. Sino all’ultimo ha poi tenuto banco l’opposizione della Polonia, che sta giocando una partita politica tutta sua in chiave nazionale con la premier Beata Szydlo del partito nazionalista Pis, contro il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, esponente del partito avversario Po e riconfermato al vertice Ue di marzo alla guida dei 28 con il voto favorevole di tutti i Paesi tranne uno, il suo. Alla fine è stata messa a punto la frase che ha trovato l’accordo di tutti: “Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente”.

Appena quattro giorni dopo, però, per la prima volta nella storia uno stato membro ha fatto partire le procedure per l’addio. Bruxelles e Londra avranno due anni di tempo per chiudere, e se non si trovasse un’intesa ci sarebbe un’uscita disordinata con gravi danni economici e sociali. “Ci dispiace che la Gran Bretagna lascerà l’Unione europea, ma siamo pronti per il processo che ora dovremo seguire”, hanno dichiarato i 27 in risposta alla lettera di Londra, ben determinati a “preservare gli interessi” Ue. A guidare i negoziati, l’ex commissario e ministro francese Michel Barnier che ha diffuso voci su un conto da 60 miliardi di euro per Londra: “costerà caro” e “lo rimpiangeranno”, ha avvertito Juncker. Perché “l’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti”, recita la Dichiarazione di Roma. L’obiettivo, ora, è far sì che questo resti vero.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO