Sermig

La resa dei conti

di Claudio Monge - «Nella torbida realtà israeliana sarebbe bene ricordare che l’uguaglianza non è una specie di “premio” assegnato ai cittadini per i servigi resi al Paese, e nemmeno per aver sacrificato la propria vita». Così, si esprimeva qualche settimana fa David Grossman, israeliano, considerato tra i più grandi scrittori e romanzieri contemporanei. L’intellettuale commentava con amarezza la nuova legge che proclama Israele stato-nazione del popolo ebraico, legge con la quale il falco Benjamin Netanyahu e l’irresponsabile governo del Likud (ben spalleggiato dai “nemici-alleati” di Hamas), sembrano consapevolmente voler rinunciare alla possibilità di porre fine al decennale conflitto con i palestinesi.

Grossman non si limita a semplici considerazioni teoriche lui che, nel 2006, perse suo figlio Uri, di 20 anni, militare di leva nella guerra israelo-libanese, ucciso da un missile anticarro durante un'operazione delle Forze di Difesa Israeliane nel sud del Libano. Quel dramma famigliare lo ha reso uno strenuo militante in favore della pace e del dialogo con arabi e musulmani, e di politiche inclusive, attente ai diritti inalienabili di ogni uomo e donna. Questa statura culturale e morale è proprio quella che manca non solo alla leadership israeliana attuale ma anche a tanti governi nel mondo. Si spiega anche così la crisi globale di una politica incapace di essere a servizio della gente.

Ma Grossman si spinge molto più lontano ricordando che l’uguaglianza è il terreno su cui la cittadinanza cresce, perché è anche ciò che permette la libertà di essere diverso, eppure uguale, con gli stessi diritti e con precisi doveri da rispettare. Nel delirio dei poteri sovranisti e populistici attuali si dà spesso per scontato che i diritti fondamentali, inscritti nella natura di ogni uomo e donna indipendentemente dalle origini, dal rango sociale, religioso, culturale o dal colore della pelle, siano una gentile concessione dello Stato sovrano o di costituzioni cosiddette democratiche. Peggio, c’è chi si arroga il potere di decidere che cosa sia una vita degna di essere vissuta e chi abbia effettivamente il diritto di viverla. Se sei un “nero” non è possibile che la bici nuova fiammante che usi sia tua: l’hai certamente rubata. Se sei una donna, supposta naufraga dell’immigrazione, non ti provare a farti vedere con dei segni della tua femminilità, tipo dello smalto sulle unghie, perché diventerai in pochi secondi lo zimbello di un odio cinico che ti trasformerà in un’attricetta da commedia dell’arte, calpestando il tuo dramma umano. Del resto, il mondo di coloro che “hanno potere”, per non risvegliarsi dalla propria indifferenza ha bisogno di negare la piena dignità di quell’altro che bussa alle sue porte sfidando le sue paure.

Non siamo all’ennesimo scontro tra una visione di destra e di sinistra del mondo, ma a una resa dei conti, molto più profonda e fatidica, tra chi è disperato (e magari non lo sa) e chi invece ancora spera. Tra chi si è arreso alla tentazione del nazionalismo razzista e chi continua a opporvisi e a mantenere nel cuore un’immagine, un’idea, una speranza di come potrebbero essere le cose in un mondo normale, dove per altro, l’interdipendenza (non solo economica) è già un dato di fatto incontrovertibile. Come ancora recentemente ricordava l’ex-sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini: «A Lampedusa sperimentiamo ogni giorno questa verità, che se i diritti non sono di tutti non sono di nessuno».

Claudio Monge
Levante
Rubrica di NUOVO PROGETTO