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Modello Niger

di Lucia Sali - Helen ha 25 anni, capelli ricci ricci raccolti sulla nuca e lunghe braccia magre. Ti guarda da dietro una t-shirt con una mela argentata, che rifrange la terra rossa del Niger e i ricordi delle sabbie libiche. Avrebbe potuto essere tra i migranti tenuti ostaggio dalla politica sulla Diciotti o sull'Aquarius, o uno dei 1514 corpi senza nome affondati nel Mediterraneo nei primi 8 mesi del 2018, nel tentativo di raggiungere l'Italia e l'Europa alla ricerca di un futuro.

La giovane richiedente asilo eritrea, invece, arriverà in Europa in modo dignitoso: salvata da un anno di prigionia e di violenze dei trafficanti libici, portata a Niamey in una casa rifugio temporanea sotto l'egida dell'Unhcr gestita dall'italiana Coopi con i fondi Ue, è tra i rifugiati selezionati per arrivare in Europa per vie legali tramite l'Emergency Transit Mechanism, con dignità. «Mi hanno detto che andrò in Belgio», dice mentre le si illuminano gli occhi, «voglio andare a stare in un Paese sicuro dove posso vivere da sola in modo indipendente, in Europa e non in Africa» perché, spiega, «vorrei tornare a scuola e diventare psicologa, per aiutare le persone che come me hanno vissuto un trauma a superare i problemi che ora hanno».

Pochi sanno del “modello Niger”, eppure numeri e storie come quella di Helen parlano chiaro. Il Paese, “collo di bottiglia” dove sino a un anno fa transitava il 90% dei migranti in marcia verso le coste libiche, ha ridotto del 95% gli attraversamenti illegali della frontiera in un anno e mezzo, passando dagli oltre 300mila del 2016 ai 10mila nel 2018. Numeri, per altro, rispecchiati nella diminuzione degli arrivi in Italia, crollati dai 97.800 del 2017 ai circa 19.350 del 2018.

Come ha fatto il Niger? Al vertice convocato dall'Ue alla Valletta insieme ai Paesi africani di origine e transito a fine 2015, il Paese, in difficoltà per i flussi di migranti che lo attraversavano, ha mostrato interesse a collaborare con Bruxelles. È stata quindi adottata una legge durissima sui passaggi illegali di frontiera, racconta Mano Aghali, deputato di etnia tuareg la cui comunità sta assicurando la sicurezza alla frontiera Nord con la Libia. «La frontiera ora è chiusa per chi va in Libia, invece è sempre aperta per chi vuole tornare indietro», spiega, avvolto nel costume bianco tradizionale. I guerriglieri sono stati di fatto riconvertiti da trafficanti a gendarmi, e sequestrano anche i mezzi di trasporto di chi fa passare la frontiera ai migranti. In cambio Niamey si è impegnata ad ospitare case di accoglienza temporanea sul suo territorio i migranti recuperati in Libia o fermati sulla strada per la Libia.

Si tratta di un transito temporaneo – in media 3-6 mesi – verso rimpatri volontari nei Paesi d'origine per i migranti economici o reinsediamenti in Europa per chi ha diritto all'asilo. I primi li gestisce l'Oim, che ha già rimpatriato volontariamente 12mila persone, le quali ricevono finanziamenti per avviare una loro attività economica dopo il passaggio in Niger per assistenza e formazione. I secondi vengono invece gestiti dall'Unhcr, che a metà luglio aveva evacuato 1536 persone dalla Libia (in maggioranza eritrei e somali, qualche etiope e alcuni siriani) di cui 207 sono state già reinsediate in Europa e Canada mentre 1329 attendono di esserlo. Olanda, Germania, Francia, Finlandia Svezia, Svizzera, Norvegia e Gran Bretagna si sono finora impegnati a 2731 resettlement complessivi per il 2018-2019.

«La parola chiave è “transito”», sottolinea la rappresentante di Unhcr in Niger Alessandra Morelli, perché così facendo non si crea un fattore di spinta per altri migranti. Inoltre l'Ue si è impegnata ad avviare progetti di sviluppo e investimenti economici, tramite il Trust Fund per l'Africa, in modo da creare occupazione ed evitare l'esodo di massa soprattutto dei giovani verso l'Europa. L'Ue vorrebbe ora estendere il modello ad altri Paesi del Sahel, per esempio il Burkina Faso.

E questo è stato proprio il senso della missione del presidente dell'Europarlamento Antonio Tajani a Niamey il 17 e 18 luglio scorsi, che ha portato con sé non solo esperti e rappresentanti delle istituzioni internazionali, ma anche aziende europee nei settori idrico, agroalimentare, digitale e rinnovabili, rispondendo così alla richiesta del presidente nigerino Mahmadou Ioussoufou. «Bisogna andare al cuore del problema», il modello Niger «dimostra che quando l'Ue lavora insieme ha successo», ha sottolineato Tajani, che per questo chiede da tempo più fondi Ue per l'Africa. Chiudere i porti e bloccare le navi con i migranti, infatti, non è la soluzione. Serve una strategia.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO