Sermig

Gli ultimi nella Bibbia (5/5)

di Rinaldo Fabris - Fare strada con gli ultimi.

Walter Habdank, Adventus DominiL'amore per i nemici è il primo test, l'esame, la cartina al tornasole della nuova immagine di Dio. Non a caso subito dopo le beatitudini i vangeli riportano la proposta della nuova giustizia: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei (dei maestri, dei teologi e dei devoti), non entrerete nel regno dei cieli (siete fuori dalla logica di Dio)” (Mt 5,20).


ACCOGLIERE IL DIVERSO


Ecco la strada della giustizia: l'amore che comincia dal di dentro, non quello della legge, del non uccidere, perché nonostante il non uccidere sono state fatte guerre ed assassini in nome della legge. L'occhio pulito suppone una relazione nella quale non vengono strumentalizzati l'uomo e la donna; la sincerità della parola non ha bisogno di coperture di giuramenti. Infine quello che si fa tanta fatica a digerire: “Offri la tua guancia”, elimina il diritto di uccidere il malvagio; in positivo vuoi dire: “Amate i vostri nemici, pregate per loro, fate del bene ai vostri persecutori”. Questa è la prova della nuova giustizia: l'accoglienza del diverso. Dio sceglie i poveri non perché sono bravi e onesti, ma perché è Dio, cioè ama gratuitamente: il diverso, lo straniero, l'avversario sono oggetto di amore. L'amore non ama perché uno è consanguineo, perché è della tua religione, perché ti è simpatico, perché speri qualche cosa da lui: questo è amore mafioso e non ha nulla di nuovo. L'amore gratuito, quello rivelato dalla scelta gratuita di Dio – che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi – è l'amore che accoglie il nemico, si estende anche al nemico. È così eliminata l'ideologia del nemico che giustifica l'uccisione dell'altro perché nemico minaccioso e pericoloso. Non hai diritto di uccidere il nemico. Se è oggetto di amore, pur con tutti i sotterfugi della legge – la legittima difesa, la necessità – non puoi più ucciderlo perché è diventato oggetto di amore. Dio è interessato alla salvezza del nemico, non alla sua distruzione.
Chi è entrato in sintonia con l'immagine nuova di Dio, accoglie realmente gli ultimi, pagandone il prezzo, altrimenti gli ultimi sono soltanto uno slogan.
Amare non è solo tollerare (la tolleranza è una maniera di uccidere, di tenere lontano); amare vuoi dire interessarsi all'altro in quanto persona.


DARE CREDITO SUL FUTURO

Il secondo test è il perdono gratuito come condivisione del perdono ricevuto da Dio.
Un testo della tradizione di Paolo riassume molto bene il duplice impegno, senza distinzione tra orizzontale e verticale, tra spirituale e materiale. È un programma di vita per i battezzati che hanno scoperto il nuovo volto di Dio: “Chi rubava non rubi più, anzi lavori operando il bene con le proprie mani” (Ef 4,28). Fino qui arriva anche l'etica borghese che viene dalla rivoluzione francese: il dovere di non dipendere, di non essere un parassita. Ma lo stesso testo di Ef 4,28 si conclude con l'innesto nella novità cristiana: “per poter condividere con chi si trova nel bisogno”. Lo scopo del lavoro è sì quello di non sfruttare, di vivere in condizioni di giustizia, ma nella novità cristiana diventa la libera e spontanea donazione: il lavoro per poter sovvenire a chi è debole, a chi ha diritto di vivere anche se non è capace di lavorare. Questa è la gratuità di un Dio che dona la vita senza chiederne conto. Colui che ha scelto i poveri ci educa a questo tipo di rapporti sociali ed economici. Subito dopo, in connessione con questa scelta del lavoro come aiuto a chi non può vivere del proprio lavoro, si dice “perdonatevi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Ef 4,32). Il perdono è ancora il test per dare fiducia all'altro, non perché ti ha promesso o perché speri da lui qualche cosa, ma perché Dio ti ha perdonato e tu sei stato reso capace di dare fiducia agli altri contando sul futuro. Nel suo passato magari è un delinquente, un criminale, ha sbagliato sempre, è stato tirato su così dalla sua famiglia. Tu devi dargli fiducia sul futuro, perché il futuro viene creato dall'amore. O meglio: la prova che lo ami è di offrirgli un nuovo futuro, non condannandolo e congelandolo al passato.


UNA NUOVA IMMAGINE DI DIO

La Parola di Dio mostra la serietà dell'amore. È una strada che può finire anche sulla croce, non quella materiale. Insomma non è una via pacifica, un modo per non avere fastidi. La vera marcia di Dio è data dal ritmo di coloro che stanno in coda. Nella marcia nel deserto si dice di Dio: “porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” (Is 40,11). Questa è l'immagine dei deboli. Dio segna le tappe sul ritmo di questi. Dio fa storia con gli affamati del terzo mondo, con gli oppressi, con i poveri: là c'è il ritmo della storia. Noi abbiamo sempre pensato di essere la punta di diamante del progresso e della civiltà, invece...
I poveri, allora chi sono? Una categoria sociologica, culturale o religiosa? Quando ci poniamo queste domande ci creiamo l'alibi per non amare. Non domandiamoci chi sono i poveri, ma chiediamoci piuttosto: come posso diventare solidale, prossimo, amante di quelli che hanno bisogno?
La prima risposta a questa domanda è quella di convertirsi a una nuova immagine di Dio. È una scelta essenzialmente religiosa. La religione non viene qui intesa come fuga dai rapporti, ma come ricerca del cuore, del centro dell'esperienza umana. Dobbiamo convertirci dall'immagine di Dio-potere (quell'immagine che ha giustificato tutte le strutture potenti: Dio-faraone, Dio-padre di famiglia, Dio-padrone) a quella di Dio che cammina con i poveri. Con l'immagine del Dio come potere si sono giustificate le divisioni della storia: bianchi e neri, schiavi e liberi, giovani e vecchi, sani e malati... Bisogna convertirsi all'immagine di Dio-amore. Ma non basta questo. Si dice spesso che la fonte dell'amore è la fonte stessa della vita: Dio. Ma quale amore? L'amore che è condivisione gratuita, perdono. Solo così esso diventa liberazione e risurrezione. Le persone devono essere liberate da quella solitudine di cui la morte è espressione ultima: se non c'è questo non v'è vera condivisione, vera beatitudine per gli ultimi, per i poveri. L'ultima fase di questo amore liberante è la risurrezione.

La seconda proposta è che dobbiamo convertirci ad un nuovo progetto di rapporti umani. Questi rapporti sono nella linea di un amore gratuito che diventa condivisione della vita e dei beni come manifestazione della vita. I beni che noi diamo agli altri o hanno il senso della condivisione della persona o altrimenti diventano alibi per non impegnarsi. Condivisione della vita e dei beni come «sacramento» e segno della comunione di amore vanno accompagnati al perdono. Insisto su questo: se non si dà fiducia alla persona in base al futuro con il perdono - perdono in senso ampio, che non è dimenticare, ma è cambiare insieme con chi ha sbagliato facendo strada con lui - non si fa strada con i poveri. Su questa strada, inizia quella felicità che va oltre l'ultima frontiera della miseria, che è l'esperienza della morte.

da NP, giugno 1984

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