Sermig

Lascia perdere

Giovanni Bonfiglio, Il perdonodi Flaminia Morandi - Lascia perdere, non te la prendere: se qualcuno è più bravo o più furbo di te, se viene riconosciuto e tu no. Lascia perdere, non te la prendere se sei stato offeso, umiliato, hai subito un’ingiustizia o una sconfitta e ora friggi di invidia. Apri la mano per lasciare la presa, non appropriarti di nulla.

Lascia perdere: ecco un modo di dire comune e profondo che fotografa la radice del male. Qualcuno o qualcosa ha ferito il nostro ego. La reazione istintiva è dar retta all’orgoglio, ferire a nostra volta, vendicarci; oppure ruminare impotenti risentimento e amarezza. Davanti abbiamo due strade. Optare per l’una o per l’altra rivela dalla parte di chi vogliamo stare: con chi tratta il mondo come una preda o con chi nel mondo cerca di ristabilire l’armonia che lascia entrare Dio.

O stiamo con la morte o con l’eucaristia. La morte è la conseguenza dell’egoismo, dice san Massimo il Confessore, questo grande martire della fede del VII secolo, nato nel Golan, deportato e morto in Crimea per la sua difesa appassionata della divinoumanità di Cristo. L’uomo, diceva, è un essere paradossale, che cerca l’assoluto e l’eterno nella direzione sbagliata. Anela all’infinito perché si porta dentro il marchio di fabbrica del Creatore; ma non lo capisce, capisce solo quello che vede e sente, la sua angoscia, il terrore di non esistere, metafora del suo terrore di morire. L’odio, il bisogno di schiavi o di nemici, la ribellione, la sensualità diventano allora la sua falsa medicina.

L’origine del male è sempre spirituale, ed è una sola: il bisogno di Dio non riconosciuto che diventa paura e ossessione di possesso di qualcosa o di qualcuno da cui si pretende una salvezza che non può dare. Si mette in moto la spirale delle passioni. Una volta dopo l’altra, ecco il cuore diventa duro, l’intelligenza si disperde, le relazioni sono paralizzate dall’interesse, l’umanità, dice ancora san Massimo, non più unita e solidale ma disintegrata in frammenti impazziti che si divorano l’un l’altro come serpenti velenosi. Tutto diventa uguale a tutto, il mondo è un deserto che fa da teatro ai sette vizi capitali che un tempo si imparavano a memoria nel catechismo. Ma una sola è la passione-madre: l’avidità. Anzi la filautìa dice Massimo con termine greco: il mondo che gira intorno all’io diventato idolo a se stesso, il nulla autodeificato.

L’uomo senza Dio vuole essere tutto e cade nel nulla. Afferra, si esalta, crede finalmente di avere vinto e di essere re: e si riscopre schiavo di se stesso. La caduta di Adamo non è avvenuta una volta sola. Si ripete incessantemente in noi il dramma della separazione dalla vita: e la vita è quella voglia di santità umile, commossa e mite che si nasconde nella profondità più profonda del nostro essere.
Eppure, nonostante il nostro continuo tentato omicidio dello Spirito che ci abita, una possibilità resta sempre. Il Soffio continua fedelmente a respirare in fondo al cuore umano: egli solo sa essere fedele, perché non può rinnegare se stesso.


MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto (giugno - luglio 2010)
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