Sermig

Cara amica ti scrivo

Sabino Matta, Beatitudinidi Flaminia Morandi - Cara amica ti scrivo per rispondere alla tua lettera profonda e pacata come raramente capita a 16 anni, quanti dici di averne. Mi esponi i dubbi suscitati dalla lettura di uno dei Minima dal titolo Come sto bene. Per motivi di spazio non posso riferire tutto quello che scrivi.
Il succo è questo: se si interpretano alla lettera le Beatitudini, chi è povero, disprezzato, solo, dovrebbe rassegnarsi alla sua condizione? Perché allora il Sermig e tante altre organizzazioni dovrebbero darsi da fare? Cercare di migliorare la qualità della propria vita sarebbe in contrasto col cristianesimo? L’amore verso se stessi non comprende anche questo? Intanto lasciati dire che poiché mediti su quello che preghi, sei teologa nel senso originale del termine perché cerchi la via della coerenza con l’Evangelo, senti la necessità di calare la profondità insondabile della nostra fede nella realtà del qui e ora.

Ma cadi in una trappola: scambiare una parte per il tutto, interpretare le parole a senso unico. Porre l’accento su un aspetto della fede, come accade scrivendo, non contraddice né nega il resto. La Parola di Dio è così immensa e misteriosa che va spezzata per cominciare a gustarla.
Non c’è nessun contrasto. Nella fede non esiste l’o…o ma solo l’e…e. Dio vuole per ciascuno di noi la piena felicità e attraverso la sua Parola fatta carne ci indica la strada: l’amore pieno e totale, senza riserve. Ma nel mondo ferito il male c’è. La Scrittura comincia con l’ingresso del diavolo nella scena del mondo e finisce con l’impressionante battaglia della Chiesa con il drago, e la vittoria finale sul male. In mezzo c’è la breve vita di ognuno di noi. Il male, l’ingiustizia, la povertà, la malattia esistono e vanno combattute da tutti gli uomini di buona volontà.

Ma il cristiano non è un filantropo né un operatore sociale. Per lui la lotta ad ogni specie di male non è un problema politico e sociale, è un problema spirituale, anzi ontologico: in Cristo siamo un solo Adamo ricreato, siamo un solo corpo. L’amore del prossimo, la ricerca della qualità della vita per lui sono dentro la relazione con Dio, nascono da lì.

Il cristiano è uno che ha scoperto di possedere un tesoro e non vuole tenerlo per sé. Attraverso la condivisione, il dono di sé, del proprio tempo, delle proprie disponibilità economiche, spera che il prossimo gusti la presenza dell’Unico Donatore. Ogni suo gesto fatto per far star meglio il prossimo e anche se stesso, è il tentativo di comunicare che la croce e tutte le croci della storia - che ci sono e ci saranno - non sono l’ultima parola, ma sfondano nella resurrezione. Un cristiano però sa che, pure se con la collaborazione delle sue povere forze arriva a qualcuno un po’ di bene, la qualità della vita non è nulla se non è trasfigurata dalla luce divina.

Sa che la resurrezione comincia ogni volta che si va oltre l’opacità della natura e si sbircia il mondo dalla prospettiva ribaltata di Cristo. Allora l’interiorità nascosta rivestirà completamente l’esteriorità apparente, come dice san Gregorio di Nissa. E qualcuno, abitato da Dio, sarà capace di vedere che chi patisce è beato. Come in quel campo di concentramento nazista in cui gli internati furono costretti ad assistere all’impiccagione di un ragazzino. “Dov’è Dio?”, si sentì qualcuno gridare. Uno rispose: “Eccolo. È lì, appeso a quel palo”.


MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto (agosto - settembre 2010)
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