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Non temere, vengo in tuo aiuto

di Giuseppe Pollano – La lettura dell'Antico Testamento che viene proposta il giovedì della seconda settimana di avvento è una bella pagina di Isaia (Is 41,13-20) da cui vogliamo trarre due esortazioni: uno splendido incoraggiamento – in questa prima riflessione che si rifà a Is 41,13-16 – e, nella prossima riflessione – relativa a Is 41,16-20 –, un potente coinvolgimento, un impegno di responsabilità.

Jyvonne Inman, particolare dell'opera He Leadeth MePoiché io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: “Non temere, io ti vengo in aiuto”. Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva d'Israele; io vengo in tuo aiuto – oracolo del Signore –, tuo redentore è il Santo d'Israele. Ecco, ti rendo come una trebbia acuminata, nuova, munita di molte punte; tu trebbierai i monti e li stritolerai, ridurrai i colli in pula. Li vaglierai e il vento li porterà via, il turbine li disperderà. Tu, invece, gioirai nel Signore, ti vanterai del Santo d'Israele. Is 41,13-16

È incoraggiante sapere che Dio ci tiene per la destra e ci dice di non temere perché viene in nostro aiuto. Quando abbiamo sofferto se ci fossimo ricordati che Dio stava tenendoci per la destra, avremmo vissuto quel dolore in un altro modo. La condizione di noi credenti è sempre questa: Dio è un padre, ci tiene sempre per mano, il che significa non soltanto che ci sostiene, ma che ciò che ci accade ha un senso che non capiremo forse subito. Dio ci aiuta a non smarrirci, ci sta conducendo mentre ci tiene per mano e ci fa crescere nella fede, nell'amore, nella bontà, nella vita.

C’è tanta gente che ci mormora “ti tengo io per la destra”: le varie voci della cultura, della politica, di tutti coloro che in qualche maniera ci vogliono catturare, ma l'esperienza, se siamo saggi, ci dice di non fidarci. Chi mi tiene veramente per la destra è Dio, ed è un Dio che conosce perfettamente me “vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele”.
L'occhio di Dio non si ferma alle apparenze e guarda con pietà alla nostra fragilità, alla nostra miseria; ci dice che siamo nulla senza di lui e senza di lui corriamo il rischio di disanimarci e disperarci. Ci dice “vermiciattolo” e “larva” non per offenderci, ma perché viene incontro alla nostra debolezza.
D'altronde quando la nostra fragilità, le nostre difficoltà nella vita, i nostri stessi peccati ci avviliscono e ci sentiamo profondamente scontenti di noi, o se il peso che portiamo e la poca stima di noi ci isolano e ci scoraggiano ancora, troppo sovente non con umiltà, ma con demoralizzazione, ce lo diciamo da soli: sei un verme! Per non rimanere fermi al sentirci vermi, possiamo incominciare a domandarci se davanti al Dio della pace e dell'umiltà siamo contenti di noi stessi, siamo contenti di essere figli di Dio.

Il Dio che ci tiene per la destra e ci dice non temere, è il Dio che ci viene incontro a Natale. Non verrà a cercare le nostre grandi doti, i nostri grandi successi, ma a cercare la nostra povertà, la nostra pochezza. Il Dio che si è fatto piccolo e povero si mette al nostro fianco, poi diventerà il fratello che muore per noi. Già da piccolo ci prende per mano. Ecco la fiducia natalizia che comincia a interessare noi in una maniera particolarmente urgente in questo tempo che tutti noi stiamo vivendo dove le cose che ci raccontano sulla vita e come cercano di farcela interpretare, sono un'insidia molto profonda.

Due ideologie, tra le altre, come esempio.
Negli Stati Uniti sono state redatte delle pubblicazioni su come capire la generazione Y, la fascia di giovani dai 15 ai 25 anni, soprattutto quelli che appartengono alle società opulente e che mirano decisamente alla felicità subito. In uno di questi libri si afferma che i giovani, anche se non lo ammettono, sono tristi di dover essere per forza felici, di sembrare tutti contenti, un fatto questo che provoca, tra l'altro, una catena di disperazione e un aumento di suicidi giovanili. Chi mai può avere interesse a creare una tale illusione? Non ci vuole molto per rendersene conto: se la felicità dei giovani è fatta di quello che indossano, di quello che fanno, dei locali che frequentano, allora si capisce che dietro c'è il solito torbido fiume di soldi che gira: voi dovete essere felici perché noi vi stiamo facendo felici, cosa volete di più! Questa è un'ideologia. Pur non abitando in America, credo che non siamo distanti da questa mentalità, c'è insomma un abisso che aspetta queste giovani esistenze. La generazione Y è forse la più a rischio perché a quell'età si è fragili.

Un’altra ideologia che pesa è il cosiddetto catastrofismo: moriremo di paura perché la nostra sfiducia nell'uomo crescerà sempre, verranno cose sempre peggiori, l'ecologia mal vissuta ci ucciderà, siamo troppi in questo mondo, e via di questo passo. Una certa cultura ecologista sostiene che l'uomo è il cancro del pianeta! Incredibile, sembra una battuta macabra. I deboli sono i più dannosi del mondo. Per evitare che ci siano troppi deboli, incapaci, gente da mantenere, occorre favorire i forti e impedire che i deboli si moltiplichino.

Questo è il clima nel quale scende dolce, forte, diversa la voce di Dio: non temere vermiciattolo di Israele, io ti tengo per mano. Noi che siamo cristiani in primo luogo impariamo da questo nuovo avvento che ci viene incontro a riprendere fiducia, perché spesso possiamo avere delle perplessità sulla fatica di vivere, sui dolori che non riusciamo a superare, sulle fatiche che continuano a sanguinare, sulle scontentezze che non riusciamo a risolvere, e allora diventiamo tristi anche noi. E allora dobbiamo guardare Dio non con sospetto né con una certa freddezza, perché Dio non delude.

Un vero avvento, una vera attesa di Gesù che ci salva, deve toccarci il cuore nel profondo, dobbiamo domandarci se siamo cristiani rallegrati dalla sua venuta. La Scrittura di tutto l'avvento continua a dirci di rallegrarci, ma la nostra risposta, se non siamo pronti nella fede, potrebbe essere qualunquista, rintanata nel “fai presto a dirlo, cara Parola di Dio, di rallegrarmi, ma chi soffre sono io”. Il cristiano non può accontentarsi di queste risposte. Il primo dono che dobbiamo fare al Signore è spazzare via dal nostro cuore le nebbie, le tristezze, lo scetticismo, la stanchezza, la ribellione, fossero anche solo sfumature, perché guastano quell’attesa limpida che fu l’attesa di Maria.

E poi troviamo una frase interessante: “Ti rendo come una trebbia acuminata, nuova, munita di molte punte”. Se si lavora con una trebbia che ha perso le punte, non si combina niente. Il Signore vuole dirci: darò un nuovo senso alla tua vita. Ti sentivi inutile, ti sentivi incapace di vivere? Fidati di me che sono creatore e ricreatore, ti darò di nuovo senso! Qualcuno ti ha deluso? Non stupirtene, io posso guarire la tua delusione, ti ridarò la gioia di vivere! “Tu gioirai nel Signore”.
Sorge una domanda molto penetrante: noi la gioia di vivere, la gioia di essere, la gioia di appartenere a un Dio che ci ama, la gioia di avere una vita da spendere per un bene supremo e per un amore grande, questa gioia che sta nel profondo, che non è nostra perché viene da Dio, la conosciamo nel cuore? È una misteriosa gioia che non se ne va mai, che produce pace, che produce quiete, che produce certezza di un sorriso non superficiale che viene dal profondo del cuore.
Noi che abbiamo Dio come fratello, come cibo, come tutto, noi che abbiamo la certezza di una felicità stupenda per sempre anche se camminiamo con un poco di fatica nella nostra pochezza e nei nostri dolori, abbiamo questa gioia di vivere e ringraziarlo?
Se qualcuno non potesse rispondere con un sì non si scoraggi, è proprio a questi che Dio dice “ti rendo come una trebbia acuminata, nuova”, ti ridarò la tua forza, anche di scavare nella vita per trovare il bene della vita, vincendo quello che è il pericolo più grande, la tentazione diabolica e più insinuante che è l'oscuramento che ci avvicina al nulla della vita e ci porta alla conclusione che la vita non ha senso.
Chi si trovasse nell'oscuramento non si perda d’animo del tutto, è per lui in particolare che Gesù viene, tende la sua piccola mano e lo invita a prenderla: lascia che io ti tiri verso di me, ridarò senso alla tua vita qualunque essa sia.

Ecco come si vince lo scoraggiamento, ecco l'incoraggiamento di Dio. Possiamo guardare al Signore che viene con molta gratitudine. E allora nasce la speranza, perché questo Dio sincero ci dice "tu gioirai nel Signore, ti vanterai del Santo d'Israele”, ti vanterai di Dio, ti vanterai di essere credente, ti vanterai di Gesù tuo fratello. 

 

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore