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Dio è povero perché è dono

Opera di Patxi Velasco Fanodi Maria Lucia Scalamera – I misteri della Trinità e dell’Incarnazione diventano più comprensibili nell’ottica del dono.

Attraverso i suoi doni, scopriamo il volto del donatore: il primo dono, il primo atto di fiducia Dio l'ha compiuto con la creazione: ce l'ha affidata, nostro è il compito di coltivarla.
Non siamo però suoi sudditi: l'unico rapporto che Dio instaura con gli uomini è un rapporto d'amicizia, non di dominio: “Io vi ho chiamati amici, non schiavi” (Gv 15,15).

Ci ha donato tutto

Con la creazione, abbiamo anche la storia tra le nostre mani, che è da inventare con lui, anche se il passato e il presente sembrano dimostrare che abbiamo voluto fare quasi sempre da soli. A livello personale, troppo raramente ci ricordiamo che le doti di ciascuno di noi sono dono di Dio, affidateci affinché le facciamo fruttificare e le possiamo indirizzare a nostra volta alla meta cui sono destinate: gli altri. Secondo il religioso francese Jean Cardonnel, le possibilità che abbiamo da realizzare e che non vogliamo tradurre in atto, cioè in dono, sono una forma di potenza. “Il peccato (di dominio) è far bella mostra di ciò che in realtà acquista il suo significato solo nel momento in cui è donato”. Quello cioè che ci rende simili a Dio è la possibilità di donare, quello che ci rende simili a Satana è il gloriarci del dono.
Inoltre, per guidarci e accompagnarci lungo la nostra storia, collettiva e personale, Dio ci ha donato la sua Parola, la Torah degli ebrei. Ma la logica del dono non era ancora giunta sino in fondo. Per mostrarci il suo amore ci ha donato addirittura se stesso, prima attraverso il Figlio e poi attraverso il suo Spirito, che continua a creare.
Così, a differenza di un imperatore non ha tenuto per sé il suo segreto, la sua intimità di Dio. Si è dato un volto umano, quello di Gesù. Ci ha suggerito chi sia. Non è anonimo. È qualcuno con un nome proprio – Padre –, con un volto – Gesù di Nazareth –, con una forza di creazione – lo Spirito –. Nome avvolto nel mistero. Volto velato. Forza inafferrabile. La rivelazione totale avverrà nel grande incontro dell'eternità. Ma già ora conosciamo, possiamo conoscere qualcosa di Colui con il quale abbiamo a che fare.

È Dono in se stesso, Trinità

Questo ci ha rivelato anche che Dio è, è dono, perché è Trinità. Il suo stesso essere, il Dio Trino, è il suo modo di donarsi. Essere e donare coincidono, per Dio: “Dio non è presente a sé che nel modo di essere presente all'altro. Il suo rapporto a sé è la sua relazione all'altro. Egli non ha presa su di sé che nella e per la comunicazione che fa di sé all'altro” (François Varillon).
Dio è Trinità, cioè Dono dentro se stesso, apertura infinita nel suo intimo (come si scoloriscono le parole!): sono tre Persone in comunione che mantengono però ciascuna la propria identità, sono inconfondibili. Ma ognuna, in Dio è costituita, ancora una volta, dal dono di sé: “Il Padre è colui che si dona al Figlio, il Figlio è colui che si dona al Padre dopo aver ricevuto tutto da lui. Lo Spirito Santo attua questa disappropriazione reciproca” (Pierre Ganne, sj; Aujourd'hui, la béatitude des pauvres, in Bible et Vie chrétienne, n. 37, 1961, p. 67).
Dio non è solo, chiuso in una sorta di narcisismo, pieno di sé, è un Padre che si dona nel Figlio. Dio è questa reciprocità permanente e purissima.
Il mistero trinitario suggerisce ancora dell'altro: un Padre e un Figlio correrebbero il rischio di un rapporto narcisistico a due: potevano guardarsi negli occhi per l'eternità. Un'esigenza di reciprocità poteva diventare una proiezione, un'estensione di sé. Il contrario stesso dell'amore. Una ... reciproca possessione.
Ma in Dio c'è lo Spirito, dove Padre e Figlio si donano l'un l'altro senza ombra alcuna di proprietà e di dominio sull'Altro.
Scrive Varillon: “Se la compiacenza reciproca del Padre e del Figlio si apre su un Terzo, non c'è avere: la povertà è assoluta (...). Il Padre non è Padre che grazie al Figlio; il Figlio non è Figlio che grazie al Padre; lo Spirito non è Spirito che grazie al Padre e al Figlio. Ciascuna persona non sarebbe niente, se le altre non la rendessero Persona. L'accoglienza è dono; il dono è accoglienza. Non c'è possesso da nessuna parte”.
Solo così, il dono continuo di sé può circolare attraverso tutti gli uomini: noi siamo tutti invitati a partecipare a questa comunione: è l'acqua che zampilla e che scorre sempre nuova: se si fermasse, sarebbe la stagnazione, l'imputridimento, la morte.

Amore, dipendenza, povertà

Essere in rapporto, amare, vuol dire rinunciare volontariamente ad essere indipendenti, accettare di non essere autosufficienti: amare è volontà di dipendenza, e dipendenza è povertà.
Chi più ama, più «vuole» essere dipendente. Qua gli equivoci sono alle porte. Ecco come chiarisce Varillon: “Questa dipendenza non è l'effetto di un bisogno, come quello del bambino in rapporto a sua madre; è pura tensione verso l'altro, o attenzione all'altro, come quella della madre in rapporto al suo bambino. Se non si prende sul serio la purezza dell'Amore di Dio, se ci si ostina a immaginare in lui un essere non convertito in amore, il paradosso si dissolve in assurdità”.
È colui che ama, cioè, che dipende da colui che è amato. “L'amante dice all'amato tu sei la mia gioia. È un'affermazione di povertà: senza di te io sono povero di gioia” (P. Ganne).

Amore, condivisione, povertà

Dio, allora, perché ci ama è tanto povero da aspettarsi qualcosa da noi: non può fare a meno di sperare di essere riamato, non può non attendere, con trepidazione, di essere accolto; è straordinario. Al Dio di Gesù Cristo io creatura posso dare qualcosa di preziosissimo per lui: la mia risposta amante!
È vertiginoso per la nostra logica che si dice coerente quando pretende e sogna l'indipendenza assoluta: invece per Dio siamo importanti; non sudditi, o servi, ma solo amici, partner, collaboratori di un progetto di creazione da compiere assieme a lui: perché povero non è condiscendente, ma Padre che ci chiama ad una compartecipazione totale.
Chi ama, chi è povero, condivide come già è stato detto, tutto quello che ha e che è per una comune pienezza: Dio, infatti, si è fatto pane perché potessimo condividercelo tutti da fratelli per vivere in comunione con lui. È venuto a condividere la nostra storia di uomini: “È entrato con noi in comunanza d'esitazione e di ricerca affinché entrassimo con lui in comunanza di Gloria” (Cardonnel). Dovremmo rispondere con la fiducia a questa fiducia. È la sua Speranza. Ma Dio non ce lo impone. Sta a noi sceglierlo, sta a noi dire: io voglio aver bisogno di te. Secondo Ganne, questo è l'amore, questo è il fondo della povertà: mettere la propria gioia nelle mani di un altro.

Povertà è esistenza filiale

Osserva Ganne: “La conseguenza di questo atteggiamento di credito totale a Dio è che si diventa un bambino. Non si fa il bambino, si è bambino, il bambino di Dio. Un bambino non si inquieta di niente, si rimette completamente ai genitori per quello che lo riguarda, la propria vita, la propria felicità, il proprio avvenire; vive nel presente dentro alla casa dei genitori (... ). Nella pratica della vita, cominciando dal fondamento essenziale che è il credito totale alla parola di Dio, ne segue che ci si trova nella carità, nella speranza, nello spirito di infanzia. Si tratta davvero di un nuovo modo di vivere. Gesù parlava di una nuova nascita, di uno spirito nuovo, di un abito nuovo, di un vino nuovo. Per noi essere un bambino è appunto ritrovare la novità della vita di un bambino con tutto il suo avvenire ignoto che è nelle mani di Dio”.
Siamo nella fede più alta e insieme elementare, vivere nella fiducia come un figlio nella casa del Padre.
Grazie anche a questa fiducia posso sempre sperare di riuscire ad amare un po' meglio, di diventare più povera per amare come Dio ama: è la povertà, modo di amare di Dio, che mi permetterà di essere umana: solo se non avrò nulla da dare, potrò dare me stessa.
Se vivrò la povertà come impotenza frustrante e mutilante mi farò degli idoli di ciò che sembrerà mancarmi; ma se vivrò la povertà come potenza di accogliere il disegno di Dio, ce la farò a fidarmi che lui sa qual è la mia vera beatitudine. Realizzare questo, mi terrà occupata per tutta la vita.



da Nuovo Progetto (febbraio1985)