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Essere degni di Gesù

Julian Garcia Mejia, Gesù è incontrodi Giuseppe Pollano – Nel vangelo della XIII domenica del tempo ordinario dell’anno A Gesù ci dice: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,37-38). Una frase che suona dura.
Fermiamo l’attenzione su una parola che è ripetuta tre volte: degno. Gesù insiste su: “non è degno di me”. In effetti, anche se mette in gioco i massimi valori come l’amore ai genitori e ai figli, non è su questi che pone la sua questione. Li prende come riferimento di valori grandissimi per farci capire che gli interessa dare importanza al “è degno di me”. Dunque il discepolo è uno che ci tiene ad essere degno di Cristo.

Per capire il significato della parola di Gesù, dobbiamo togliere a questo termine una sfumatura della lingua italiana, che non è il senso che vuole assegnare Gesù. Infatti noi usiamo “non sei degno di me” come se si volesse mettere un dislivello tra me e l’altro. Matteo adopera il termine axios che deriva dal verbo agire – in italiano ritroviamo la parola assiologia – e che veniva usato non per definire un valore (degno più, degno meno), ma per indicare l’azione con cui si mettevano su una bilancia i pesi perché la bilancia fosse in equilibrio. Un termine quindi usato a livello di mercato, che di fatto significava rendere equivalente, controbilanciare.
Allora la frase di Gesù significa che chi ama il padre o la madre più di Gesù, non è equivalente a lui. Non mi controbilancia, direbbe Gesù. Non si tratta di essere degni davanti a lui, perché sappiamo che non lo siamo, ma, con il suo aiuto, di controbilanciare ciò che Gesù hai già fatto per me e sta facendo per me. Entriamo nell’universo dell’amore, dove ci muoviamo tutti più a nostro agio. Già anche amando umanamente noi sentiamo benissimo com’è bello controbilanciare, pareggiare, contraccambiare l’amore dell’altro. Questa è una regola che abbiamo nel cuore, e allora riusciamo ad intuire cosa c’era nella parola di Gesù, questo appassionato amante dell’umanità.

Gesù pone la richiesta di essere capito e di essere amato con intelligenza e amore equivalenti a quelli che egli ha già avuto per noi.

Se ci ricordassimo più sovente che egli ci ha amati e anche adesso ci ama per primo, saremmo molto confortati. La teologia classica dice che quando si rompe con Dio e si cade nella morte spirituale, si è proprio morti. Siccome un morto non si muove da solo, chi si alza per andare a chiedere perdono, non lo ha fatto di propria virtù, ma è il Signore che gli ha dato una grazia di risurrezione per forza della quale è partito ed è andato a chiedere perdono. La stessa cosa accade nel battesimo: si diventa figli, ma prima non lo si era. La morte interiore esige una mossa di Dio che ci fa risorgere: “Hai rotto con me, ti sei messo in stato di morte, però non vinci tu, vinco io. Ti riprendo, ti risveglio, ti faccio uscire dal tuo sepolcro morale perché ti voglio perdonare”. Questa è l’economia di un Dio che ci previene sempre.
Allora il Signore, che ci ha capito e amato per primo e totalmente, ora ci chiede di equivalere a questo suo amore, e ha tutti i diritti di chiedercelo, perché è la richiesta di un cuore pieno di passione caritatevole per noi.

Il nostro tasso di cristianesimo, cioè il nostro rapporto pratico con Gesù Cristo, sta nel rispondere all’amore.

Ci può essere una religiosità cristiana che è lontana da questa reale economia. Noi possiamo avere delle ottime abitudini cristiane, sapere un po’ di catechismo, avere le nostre pratiche religiose, ritualità, buone abitudini, ma tutto questo non è propriamente il lasciarci prendere dal voler ricambiare Gesù risorto che mi dice che mi ama. Qualcuno potrebbe dire che la vita è fatta di tante altre cose. È vero, ma bisogna imparare a distinguerle, non per separarle, ma per andare all’essenziale, perché il cristianesimo si sviluppa da parole come quelle che stiamo meditando. Non è un caso che ci sono cristiani che le rimuovono o non le risvegliano, perché non se ne sentono coinvolti, potrebbero anche non essere state dette. E invece non possono non essere state dette perché sarebbe mancata la radicale dichiarazione dell’amore di Dio verso di noi e il cristianesimo sarebbe un’altra cosa.

Il cristianesimo è un rapporto appassionato e perciò dominante.

Il cristianesimo o è appassionato o è solo un’apparenza, una premessa, un resto, un tentativo di cristianesimo. Dobbiamo pertanto chiederci se crediamo che il cristianesimo è la nostra risposta ad un Dio appassionato per noi. Non è così facile credere che Dio è appassionato per noi in ogni istante, in questo momento, sempre, perché ci sembra quasi impossibile che un cuore possa conservarsi a tale livello di intensità. Dio può permetterselo.
Tale passione e amore di Dio per me potrebbe confondermi, mettermi terribilmente a disagio, perché è troppo che Dio sia appassionato di me. Ma se mi ama e regala il suo amore con tanta finezza pur sapendo come sono fatto io, allora non vado a nascondermi in un angolo, cerco di capire questo amore di Dio o, almeno, crederci.
Di conseguenza, prima di iniziare la preghiera personale o comunitaria, è fondamentale ricordare che si è di fronte ad un Gesù sinceramente appassionato per noi come siamo, anche se in quel momento abbiamo la faccia sporca. Il vangelo, d’altronde, è la storia di Gesù che ha incontrato tutti gli uomini con la faccia sporca e ha detto a quelli che credevano di avere la faccia pulita che è venuto non per i giusti, ma per i peccatori, per chi non lo ama. Un amore appassionato che ritroviamo anche in Davide quando prega per chi lo odia (Sal 35,11-14; 109,3-5).
Credere che Gesù ci ama con fervore ci scalda il cuore e ci dà anche la forza di fare le nostre scelte, perché non è facile resistere a chi ci dice con tutto il cuore che ci ama. Si resiste soltanto se siamo già stati presi da un altro amore che riteniamo più importante di qualunque altro. Qualcosa accade in me se sono convinto che Gesù è colui che mi ama più di tutti e da sempre, per cui il suo amore appassionato diventa quello dominante.

Come cristiani siamo degli spinti dall’amore.

Ponendo il suo amore per noi prima del nostro amore per lui, e correndo il rischio che noi lo deludiamo ampiamente, Gesù stabilisce una norma che Paolo esplicita: “L’amore di Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti” (2Cor 5,14). Sicché un vero cristiano è uno sospinto e trascinato dall’amore.
Ma allora il cristianesimo richiede un amore fanatico?
Non è questo il pensiero di Gesù, l’unico che concilia una forza in qualche modo irresistibile e la nostra libertà interiore. E allora, per amore di Gesù, siamo capaci di fare cose che altrimenti non ci sogneremmo mai di fare, perché sono difficili. Gesù non a caso ricorda la croce, cioè un destino faticoso, impegnativo.

Per poter crescere nella risposta all’amore di Gesù dobbiamo riflettere su alcune questioni.

Nella nostra vita quotidiana, personale e di comunità, quali sono le spinte interiori che ci muovono?
La spinta interiore non è l’impulso di un momento, che passa e non è niente, ma ciò che ci fa muovere continuamente, che è viva e mi indirizza le scelte. Spinte pagane, trasgressive, anomale sono all’ordine del giorno, ed è per questo che dobbiamo analizzare e riflettere sulle spinte interiori che ci muovono partendo dalle scelte che facciamo.

Siamo ancora agitati e trascinati da soprusi che vengono dal di fuori, come per esempio una violenza psichica, psicologica e affettiva?
Può accadere che quando si entra nel giro di influenza di qualcuno, ci si senta un’altra persona. Tante possono essere le situazioni che possono agitarci e trascinarci: un innamoramento, una situazione economica, un timore reverenziale verso una persona importante, intelligente, dominante… Questa verifica è importante se si vuole che ciò che ci spinga sia l’amore di Gesù per noi.

Dove, e a chi ci ha spinti fino ad oggi, la spinta dell'amore che ricambia quella di Cristo?
Gesù non si accontenta di essere ricambiato con un momento di adorazione davanti al tabernacolo; vuol essere ricambiato in tutti. Tant’è che continua a dirci che chi accoglie un piccolo nel suo nome, accoglie lui.
Fin che ci lasciamo spingere da un amore umano, capita che esistono per noi soltanto le persone che amiamo e rimane molto difficile andare aldilà di quel mondo piccolo o grande di persone a cui vogliamo bene: non per cattiveria, ma perché il nostro cuore è limitato. Rovesciamo la formula “esistono per me solo quelli che amo” in “potenzialmente amo tutti quelli che esistono”: ecco l’orizzonte della carità. La Chiesa prega per tutti, per i sei miliardi di viventi e per i morti: l’universo degli esistenti. La Chiesa non dice mai: “Ti prego”, la liturgia usa il ‘noi’, e nel noi non c’è soltanto la comunità, c’è l’intera realtà umana, tutta, sempre. Non si può far preghiera di Chiesa senza entrare in questa economia universale.
Noi possiamo raggiungere solo pochi con la nostra presenza fisica, però nell’intenzione dobbiamo e possiamo raggiungere tutti gli esistenti, come quando diciamo “Padre nostro che sei nei cieli”. E incominciamo da casa nostra.

Gesù ci ha amati così. Ricambiare uno che tanto ci ama è la miglior cosa che possiamo fare. Mai incontreremo chi, guardandoci negli occhi e prendendoci per mano, ci dice: “Appassionato come me di te non c’è nessun altro. Perché io sono morto per te. Te lo ricordi? Sono risorto per te. Te lo ricordi? Sono con te”. A questo punto il cuore tace, non ci sono tante parole da rispondere, ma a questo punto il consenso cristiano aumenta, cresce e ci fa diventare missionari.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore