Sermig

Fare Chiesa (2/3)

Fabio Nones, Icona di Gesù e Giovannidi Giuseppe Pollano – Il compito dei cristiani di dare continuità all’opera di salvezza emerge proprio da Pietro che, nella prima lettera, esorta: “Avvicinandovi a Gesù Cristo, pietra viva, rifiutata dagli uomini (e continua ad esserlo) ma scelta e preziosa davanti a Dio (e lo è più che mai), quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo” (1Pt 2,4-5); è una delle definizioni più robuste del cristianesimo.

Fedeltà e lealtà

Il piano di Dio prevede perciò anche noi, pietre. Il termine usato da Pietro non è più petra, ma litos, pietre squadrate usate per fare una casa, non generici massi o macigni. Gesù è la pietra che tiene su, ma se non ci fossimo noi lui sarebbe una pietra inutile.
La questione di stringersi a Gesù Cristo è il cristianesimo; ci stringiamo a Gesù Cristo quando nella fede andiamo a pregare; ci stringiamo a lui quando nella fede ci nutriamo di Cristo e lo riconosciamo come il nostro nutrimento; ci stringiamo a Cristo quando, in certi momenti di scelta della nostra vita, scegliamo lui e non un’altra via; ci stringiamo a Cristo quando diciamo: “Signore, tu dici che questo è vero, ma a me farebbe comodo che non fosse vero; però se dici che è vero ci credo” e così vinco, con la mia fede, la mia tendenza a essere incredulo, tendenza che un po’ tutti portiamo dentro perché siamo appunto anche sabbia.
Lo stringersi a Gesù è un dinamismo continuo: sarebbe molto comodo, ma neanche bello, se fossimo pietre ormai cementate. Pietra viva è quella che sente che a Cristo può sempre stringersi e da Cristo può sempre allontanarsi; ma è già bello capire che la cosa più importante nella vita è proprio questo dinamismo: o mi stringo a te o mi allontano da te. Sono importanti il lavoro, l’amore umano, le amicizie; ma la cosa essenziale è stringersi a Gesù.
Capita a tutti di avere cadute di tensione con Gesù per ragioni diverse: dalla salute ai problemi della vita, a dolori non superati. Non dobbiamo spaventarci mai, c’è sicuramente il modo di recuperare, perché il Signore spesso permette queste crisi per ravvivare ancora di più il valore che lui ha per noi. È il dinamismo della vita.

Molti non colgono che stringersi a Gesù è la vera vita perché hanno altre cose a cui stringersi: il denaro, il lavoro, la persona a cui vogliono bene, il gruppo a cui appartengono; mille piccole cose.
Ovviamente stringersi a Cristo non coinvolge solamente la mia vita personale; la costruzione di cui parla Pietro vuole anche dire istituzione: tutti facciamo Chiesa insieme e insieme abbiamo luce, grazia, diritti, doveri, regole di vita: tutte cose che si vedono.
L’istituzione oggi non gode di grande simpatia come struttura dal punto di vista sociologico; soltanto i grossi complessi economici che promettono profitto sono ben visti, ma le altre istituzioni no! L’essere Chiesa, grazie a Dio, non si misura con parametri sociologici, ma con quelli della fede; noi ci sentiamo uniti al di là di tutto, anche senza conoscerci più di tanto, perché sappiamo di essere, insieme, coerenti alla pietra viva.

Siccome la Chiesa cattolica, a differenza delle altre, è fedele alla verità detta per enunciati, alla santità proposta per regole di vita e alla unità intesa con dei criteri molto pratici, di dono e di solidarietà, diventa o la più attraente o la più insopportabile, perché nessuna altra Chiesa invita a credere tante cose. Ciò non significa che siamo degli schiavi mentali. Il dogma infatti è inteso come una libera azione dell’intelligenza in una verità totale, sicura: un dogma è da credere, ma come è liberante sapere che è vero! Così come è liberante seguire il Magistero della Chiesa. Non c’è situazione della vita che non sia stata descritta dal Magistero. La sua penetrazione nel vissuto, che si innerva in tutte le situazioni, dà un grande sostegno perché è un’indicazione chiara, perché ci dice come meglio fare per vivere da cristiani.

Il fare Chiesa comporta questo primo aspetto di fedeltà e lealtà, Paolo ne presenta un altro nella lettera ai Galati, quando narra il suo comportamento al momento della sua chiamata.

Restituire i doni

“Quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me il Figlio suo [quindi l’evento della grazia, la vocazione] perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme [il Vaticano di allora<i] da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia [Arabia vuol dire il deserto dove Paolo ha coltivato un rapporto profondo con Dio] e poi ritornai a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni” (Gal 1,15-18). Paolo, dopo tre anni di tumulti, di grazia, di carisma, di isolamento, di esperienze intense, si confronta per due settimane per verificare se è nella carità, nella santità e nella verità. Si accosta alla Chiesa per sapere se fa parte di essa.
Impareggiabile esempio di come il carisma, ad un certo punto, si accosta all’istituzione per avere il riconoscimento, e si consegna ad essa arricchendola (pensiamo a cosa ha fatto Paolo). La Chiesa, è bene ricordarlo, vive di carisma non di istituzione; e il carisma che esplode sono i santi che svelano le cose di Dio.
Non è la teologia che fa vivere la Chiesa. Essa vive di impulsi spirituali, di novità; è lo Spirito che prende un uomo, una donna, li ispira a fare mille cose, l’istituzione deve guardare, aprire gli occhi, accogliere il carisma quando ne verifica l’azione dello Spirito. Il carisma, poiché è a servizio di tutta la Chiesa, non è mai una specie di bolide che passa, fa luce, scalda e poi sparisce; il carismatico invece è destinato a morire. Per garantire la continuità del carisma, l’istituzione, oltre al compito di riconoscerne la validità, provvede, consiglia.
È bellissimo questo incontro del carisma con l’istituzione ed è quello che dà la prova che il carisma è un carisma, perché il carisma è umile, si consegna alla Chiesa, esiste per essa.

Coesione con la roccia, Pietro

Ci sono oggi apparenti carismatici e i loro seguaci che non sono fuori dalla fede, ma vivono un proprio cristianesimo e danno l’impressione di tenersi a prudente distanza da Pietro; si appropriano un po’ delle cose della Chiesa, per esempio dell’eucaristia, ma se non c’è la stretta di mano con Cefa si possono fare mille eucaristie e anche mille miracoli ma non si è nella Chiesa: “ In quel giorno molti mi diranno: Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse cacciato i demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?. Ma allora io dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità” (Mt 7,22-23).
Misteriose queste parole, ma sono parole dette, il che vuol dire che si può essere quasi cristiani o carismatici con molte doti, ma senza quella più importante: la coesione con la roccia, con Pietro.
L’aspetto del fare Chiesa che si trova in Paolo è particolarmente significativo per le associazioni che intendono farsi riconoscere dell’istituzione ecclesiale. Il carisma deve andare avanti da sé, poi, quando piace a Dio, c’è l’appuntamento misterioso con l’istituzione, la quale può dire con gioia che è tutto in regola e che ci devono essere delle norme perché, quando non ci sarà più il fondatore, la gente continui a sapere cosa deve fare. Ad esempio se il Sermig fosse soltanto un carisma a sé stante e basta, sarebbe una magnifica cometa, che passa; ma se è ricchezza della Chiesa perché inserito nell’istituzione, diventa una parte del fiume, cioè fa storia. Se ci sarà il Sermig tra vent’anni, cinquant’anni, cent’anni, sarà perché l’istituzione ne vive e lo fa vivere; è un connubio misterioso ma necessario.
Quando un carisma si istituzionalizza, si dà una regola di vita, una comunità, un luogo dove vivere, delle abitudini, c’è il rischio che, se l’entusiasmo diventa un po’ meno forte, l’aspetto istituzionale finisca di sostituire il carisma. Continua ad esistere la regola, i muri rimangono in piedi, la preghiera non si lascia, le cose continuano a farsi, ma tutto in una maniera routinaria, una abitudine come un’altra. Il fuoco iniziale dove è andato?
Il rischio di trasformare il carisma in strutture percorre la storia della Chiesa. Ne è un esempio il monachesimo. Il carisma di Benedetto che ha incendiato l’Europa, lentamente si è afflosciato in fortissime istituzioni: strutture, funzionalità, mezzi materiali, attività caritative..., per cui entrare in convento non voleva più dire entrare nel fuoco di Benedetto, ma entrare in una istituzione, in quel convento perché si conduce la vita in un certo modo. A questo punto, siccome il Signore è dalla parte del fuoco, ha fatto esplodere con Francesco una novità.
L’istituzione è necessaria, ma il fuoco deve rimanere, non deve mai spegnersi, mai! Tenendo conto che la fedeltà ecclesiale garantisce di rimanere eredi di valori e di realizzazioni; e probabilmente permetterà di inventarne altre, perché quello stesso fuoco che oggi brucia il legno, domani possa fondere lo stagno.
E questa è storia della Chiesa, dell’intera Chiesa.
I tempi in cui il papa gestiva le cose di Dio con mezzi umani come eserciti, denaro e potere, sono stati molto dannosi. Gesù lo sapeva, ma ha corso tutti questi rischi, quindi non c’è da scandalizzarsi più di tanto; d’altra parte a chi poteva affidarsi per fare Chiesa? A noi, che siamo sabbia. Il suo amore è stato pienamente fiducioso ed è bellissimo che continui ancora a fidarsi.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore