Sermig

Le letture della domenica

di Giuseppe Pollano – Le letture della IV domenica di tempo ordinario anno B sono abbastanza differenziate. La seconda lettura pone la questione della piena appartenenza a Dio ed il tema specifico che Paolo tratta è quello della verginità rispetto alla condizione coniugale. Gesù nel Vangelo, nell'episodio del suo parlare con autorità meravigliando la gente e vincendo una battaglia con il demonio, pone il problema di fondo dell'autorità totale e benigna a cui ci dobbiamo abbandonare.


Icona di San Paolol'appartenenza radicale

Io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni. (1Cor 7,32-35)

Paolo sta parlando della condizione umana ed ha di fronte a sé gente che si sposa e gente che ha fatto la scelta della verginità cristiana. Paolo valorizza una categoria che non esisteva nel contesto pagano di allora introducendo l'ipotesi, scartata dalla mentalità ebraica e ritenuta ignominiosa, del vivere senza il matrimonio. Prende questa posizione, di forte audacia culturale, per sottolineare la questione di fondo: la nostra appartenenza radicale non è a nessuno di questo mondo, perché noi apparteniamo radicalmente soltanto a Dio e su questa realtà dobbiamo basare l'esistenza e le scelte.

Il cristiano è chiamato al sacramento del matrimonio, ma questo sacramento non divide di fatto l'appartenenza, perché il matrimonio unisce e continua ad essere una appartenenza a Dio vissuta insieme in quel legame di amore e di simbiosi di vita a tutti i livelli che non strappa nulla a Dio.
Paolo porta l'esempio delle vergini, ma si riferisce a tutti. Il nostro partner è Dio, il nostro creatore. Tutta la vicenda dell'uomo è considerare Dio come l'Altro che dà la vita per sempre secondo una economia sponsale: Israele è la sposa di Dio e Israele, purtroppo, è la storia dei suoi adulteri e infedeltà. Però Dio, fedele, non abbandona la sua sposa. Dio purifica Israele attraverso le prove, l'esilio, la sofferenza, soltanto perché la sposa guardi il creatore e trovi di nuovo in lui il senso della vita che aveva cercato altrove e perciò aveva perduto. Anche il NT riprende lo stesso concetto, ad esempio Paolo agli Efesini dice che Gesù si è sacrificato per far comparire dinanzi a sé bella, senza macchia, irreprensibile la sua sposa che è la Chiesa, che siamo noi (Ef 5, 26-27). Noi siamo sposati al Verbo di Dio, se si perde questa appartenenza radicale non si sa più a chi legarsi con un amore assoluto. Questo è il fuoco che abbiamo dentro di noi e che quando non si accende rimaniamo degli infelici.

Quando Paolo dice di piacere a Dio, ci richiama a considerare Dio come un partner di amore, cioè è quello a cui io piaccio ed è quello che deve piacermi e vuole piacermi. Dio mi ha voluto, mi ha preteso, mi strappa a me stesso, mi tiene, mi conquista, mi considera come la pupilla dei suoi occhi. Io gli piaccio, e gli piaccio talmente che, anche quando non sono bello per lui, toglie la mia bruttura perché io torni bello senza macchia ed amabile per lui.
Paolo si preoccupa che noi cerchiamo di piacere troppo a chi non è Dio e di riempire il nostro spazio interiore di presenze umane, per cui Dio finisce di non piacerci e di non interessarci più molto.
Noi dobbiamo essere convinti che Gesù ci attira e ci piace, perché non ci basta credere con una fede un po' fredda. Gesù vuole il nostro cuore, la nostra amicizia, la nostra fiducia, il nostro voler camminare a fianco a fianco.
In questo senso, se la condizione più profonda è questa reciprocità di piacersi, vogliamo appartenere a lui prima che a tutti gli altri. Per appartenere a lui in questo modo, sappiamo che non dobbiamo appartenere a nessun altro in maniera totale, nessuno ci possederà mai, se non nei termini di un giusto amore, da poter dire: "Tu sei mio per sempre, io sono tutto tuo per sempre".

La verginità non è semplicemente una questione di carattere corporeo, di castità, ma soprattutto significa che prima di tutto apparteniamo a Dio per poterci donare completamente. La verginità così intesa è una qualità di tutti, sposati e non sposati: un marito e una moglie si amano, si appartengono e si donano a vicenda, ma sempre tenendo conto che non sono degli assoluti che possono decidere cosa è bene e cosa è male o che si lasciano guidare unicamente dall’istinto, dai desideri, dalle emozioni. Io appartengo a Dio solo ed è per questo che tu non mi tocchi neanche con un dito se non voglio e io posso dare la vita per te se lo voglio. Ecco la verginità intesa come categoria della persona e non soltanto del corpo e della psiche.
La forza del cristianesimo è che nessuno mi può rubare a Dio.
L'amabilità di Gesù è la grande scoperta che deve fare il nostro cuore. Ed è in Gesù che Dio è creduto ed amato come Dio. Allora dobbiamo vivere nella tensione unitiva a Dio come partner, rinnovando continuamente questa tensione nella riconciliazione per poterci aprire ad un amore totale.


Marcello Cerrato, L'indemoniato della sinagoga di Cafarnaol'autorità assoluta e positiva

Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: "Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!". E Gesù gli ordinò severamente: "Taci! Esci da lui!". E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: "Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!". La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. (Marco 1,21-28)

È interessante lo stupore di questa povera gente dinanzi alle parole di Gesù. Ascoltavano sempre gli scribi, ed ecco che dicono che Gesù non parla come loro, ma con autorità. Avevano capito che Gesù non diceva le cose giuste perché erano giuste, perché le cose giuste stavano sgorgando dal suo cuore, perché era lui la sorgente e la potenza buona da cui veniva tutto il bene e ne parlava con tale sicurezza e forza che trascinava. Prima ancora delle cose che diceva, era il come le diceva che incantava: proprio come se fosse il Maestro. Noi siamo in un'epoca che si sottrae un po' all'autorità, e non a torto: oggi non è facile sostenere che le autorità che abbiamo siano maestri di vita e ci amino.
Ci vogliono potenza ed autorità, ma la potenza, che è un dono di Dio benefico, messa in un uomo un po' scriteriato diventa un potere micidiale. Nel piccolo anche noi possiamo diventare da potenti a pre-potenti. È drammatico quando la potenza si trasforma in potere, l'autorevolezza in dominio.
Noi abbiamo bisogno di una autorità di cui fidarci e a cui affidarci con pienezza; anche la psicologia ci dice che nel proprio io adulto e responsabile è rimasto un io piccolo, non nel senso di infantile, ma nel senso che una parte di sé ha bisogno di qualcuno più grande a cui riferirsi con fiducia. Se guardiamo i regimi totalitari del XX secolo, miliardi di persone si sono affidate ad un volto, ad una persona perché volevano essere guidate.
Abbiamo bisogno che la nostra fragilità possa mettersi nelle mani di qualcuno, perché senza una relazione di fiducia non si può vivere. Per noi cristiani il qualcuno è Dio.

La cultura di oggi ci dice di non preoccuparci, di farci ognuno la propria strada perché si è completamente liberi. I sociologi notano che di fronte a questa libertà totale c'è una massa impressionante di dipendenze delle persone: tutti dipendono da moltissime cose. Ne deriva che la società si ammala di quella terribile malattia che è il fanatismo, che salta l'intelligenza, fa a meno della critica e si attacca disperatamente a qualcuno con entusiasmo, con imitazione, con plagio...
Noi riconosciamo che di Gesù ce n'è uno solo e gli diamo tutta l'autorità che merita. È importante pensarlo come un amico buonissimo e vicino, ma nello stesso tempo dobbiamo guardare a lui come a uno che parla con autorità, per cui non si mette in discussione nulla di quello che ci dice. Con il Signore bisogna fidarsi ad occhi chiusi.

Diffidare di Gesù, non essere convinti delle sue parole, presentare le nostre riserve, i nostri ma, è un peccato che non si è soliti confessare. "Signore perdonami, perché ho diffidato di te" diventa un pentimento che permette di entrare in quell'assoluta fiducia in Dio che mette in gioco tutto. La conversione ci dice di fidarci di Dio talmente da essere disposti a mettere in gioco e in questione tutto davanti a Gesù, anche quando pensiamo di essere già arrivati alla santità, per diventare santi come il Signore ci chiede, per diventare un suo docile strumento.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore