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Restate liberi!

Cerezo Barredo, Ti seguirò dovunque tu vadadi Giuseppe Pollano – Riflettere sulla libertà, sulla scoperta dell’essere liberi e anche sull’arte di essere liberi è particolarmente importante perché, se la libertà non fa la sua strada, l’uomo viene diminuito. La libertà esige tre grandi atteggiamenti: la decisione; la fedeltà; la risposta, non a chiunque, ma a Dio.


Libertà è decisione (cfr Lc 9,57-62)

Dal punto di vista etimologico, decidere (dal latino decedere) significa tagliare, e già questo dà il senso del valore: se non tagli qualche cosa non decidi. Quando ci si decide per Dio, ci si immette in un cammino che porta sempre oltre e non arriva mai al termine. I tre piccoli ma toccanti episodi riportati in Lc 9,57-62 ci presentano proprio questo crescendo.
Il primo episodio presenta un tale che dice a Gesù: “ti seguirò ovunque tu vada”. È un proposito generoso, ma Gesù non gli dice bravissimo, vieni. Gesù è la verità, Gesù è onestissimo nel chiarire le cose e così comincia la prima ipotesi di decisione: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, mentre “anche il passero sa dove andare a dormire”. È la descrizione di una vita che si sradica dalle sicurezze materiali, ma non per vivere di insicurezze. Infatti Gesù ha la sua sicurezza dentro, non fuori; la sicurezza è il suo radicamento nel Padre sempre dovunque. Decidere che Dio è tutto per me, che la nostra sicurezza dipende dall’unione con Dio è una grande decisione che, anche quando presa, deve maturare continuamente. Beato dunque chi ha capito che Dio è tutto e quindi è capace di dargli tutto liberamente.
I due episodi successivi fanno capire che quando si afferma che Dio è tutto per me, bisogna escludere qualsiasi altra aggiunta come: “Dio è tutto per me, ma anche ...” oppure “Dio è tutto per me, ma non senza ...”. Queste sono diminuzioni della decisione che creano equivoci e indecisioni, da cui possono poi anche provenire ribellioni, tristezze e tensioni.
Nel secondo episodio Gesù dice “Seguimi”, ed usa la risposta per poter precisare cosa significa seguimi. Gli giunge una obiezione del tutto ragionevole: “Concedimi di andare prima a seppellire mio padre”. Ci troviamo dinanzi alla questione di fondo: la morte, che esige totale rispetto; anche Dio deve rispettare la morte eppure, quando si tratta di scegliere bisogna scegliere Dio. Gesù vuol dirci che la morte è l’ultimo problema che può fermarci sulla strada di Dio e che, se non siamo pronti e liberi, potrebbe farci inciampare, a non più a credere che Dio è tutto.
Infine con il terzo episodio Gesù presenta l’insidia della familiarità. Un tale non ha chiesto nient’altro di ciò che ha chiesto anche il profeta Eliseo a Elia quando sentì la chiamata di Dio: “Andrò a baciare mio padre e mia madre e poi ti seguirò”. Ed Elia: “Va’ e torna perché sai bene che cosa ho fatto per te”. È la logica dell’antica alleanza, vera, ma ancora debole. Solo Dio per la verità può permettersi parole che nessun Elia al mondo può permettersi, solo Dio può dire: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro ...”, solo Dio è capace di dirti che perfino salutare la propria famiglia è volgersi indietro.
Dio giustamente rifiuta i mezzi gesti. Io appartengo a Uno a cui non appartengo mai abbastanza. Si spiega allora il “non voltarti indietro” su quella richiesta così tenera “lasciami andare a seppellire i miei morti”.
Sono tre esemplificazioni che ci dicono che è bello decidere per Dio fino in fondo: è in quelle scelte che si costruisce la nostra storia di gioia e di felicità. Ripercorrendo la storia del proprio cuore, della propria coscienza ci si accorge che i punti di luce che ci hanno lasciati liberi e felici sono quelli nei quali si è deciso per Dio e dove non si è deciso fino in fondo ci si è procurati la scontentezza, l’inquietudine e, persistendo, il buio.
Gesù ha deciso per il Padre. È fondamentale recuperare e fare diventare il decido per il Padre una delle poche parole della propria moralità, perché tutta la moralità è a rischio se non è sorretta dalla questa decisione. Non è mai facile decidere: anche la piccola cosa, la piccola generosità, la piccola castità, il piccolo perdono, la piccola umiltà. Decidere è tagliare e tagliare in genere fa sanguinare, per cui se è sanguinante lui sulla croce, sono sanguinante io se decido; ma è anche la mia gloria.
Tocca a noi decidere. Le decisioni che gli altri prendono per noi e a cui noi obbediamo con troppa docilità, senza che la nostra decisione abbia riconosciuto la chiamata, dureranno finché è presente chi decide per noi, è invece bellissimo il decidere che ci fa vivere in piedi, ci fa stare davanti al Padre come fu così per Gesù fino alla croce.


La libertà è fedeltà

Nel variare della vita occorre stare saldi, il richiamo di Paolo “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi nella fede e non lasciatevi di nuovo imporre il giogo della schiavitù” (Gal 5,1) è molto saggio: non si decide mai tutto una volta per tutte, si decide il tutto di questa volta e il tutto di questa volta non è quello di un’altra volta quando la stessa prova si può ripresentare con una prepotenza diversa.
State saldi, dice Paolo, perché la libertà ha un rovescio e può essere equivocata. La libertà talmente ci fa essere noi stessi che la possiamo gestire in mille modi se non ci ispiriamo a qualcosa di forte di fronte a noi. Paolo è esplicito: “Siete chiamati a libertà. Purché questa libertà non diventi un pretesto per vivere secondo la carne” (Gal 5,13). Questa osservazione è acutissima, perché è molto comune la libertà del pretesto e quindi il pretesto della libertà, che caratterizzano molto fortemente la nostra civiltà debole, come viene chiamata, che di libertà parla sempre. Paolo dice che se non si è saldi nella decisione ci cascherà di nuovo addosso il giogo della schiavitù dove la mia naturalità emerge brutalmente.
Quanto più si è liberi, tanto più il giogo non c’è. Se si è meno liberi, occorre capire qual è quel giogo che ci schiavizza. Tutti abbiamo almeno un punto debole, non ce ne scandalizziamo perché siamo fatti così; Gesù lo sa, e allora ci forgia anche con strumenti che fanno male, non fa complimenti. Se ci vuole uno scalpello, lui adopera uno scalpello e lo scalpello è il no che devo dire a ciò che mi piace molto e mi conquista.
La nostra civiltà è completamente aggiogata: ci sono situazioni in cui questo essere aggiogati è macroscopico e patologico, per cui si hanno le varie dipendenze; ma saremmo saggi se sapessimo guardarci attorno e vedere da quanti micro-aggiogamenti e punti deboli siamo sommersi che non solo si consentono, ma neanche più si notano. Invece devo accorgermene, per essere libero.
Noi oggi diciamo giustamente che occorre rispettare la libertà di tutti e non obbligheremo mai qualcuno a fare qualcosa controvoglia. Ma rispettare la libertà non significa affatto rispettare l’idea errata di libertà che uno ha, bisogna dirglielo che si sbaglia.
La libertà pone sempre almeno due parametri per riconoscerla: la libertà che nasce da un aut-aut non è libertà, come non lo è quella che parte come una freccia dal tuo istinto.
Quanto più si è liberi tanto più si è buoni, semplici, amichevoli nell’aiutare gli altri ad uscire da pesanti condizionamenti. Non è un caso che Paolo dicendo “state saldi” poi aggiunga “siate mediante la carità a servizio gli uni degli altri” (1Cor 16,13-14): ecco il segreto del stare saldi.


La libertà è risposta

L’uomo da solo, cioè l’umanesimo, non sa produrre eroi di libertà. Bisogna pregare e impegnarsi perché nasca una civiltà di carattere decisionale forte perché i valori ritornino a darci un po’ di forza. Deve di nuovo accadere che Elia ci getti addosso il mantello, un gesto emblematico della chiamata (cfr 1Re 19,19-21).
Il mantello nella cultura ebraica indica la personalità, “sono io il mio mantello”: tagliarlo è come uccidere la persona a cui appartiene, basta ricordate la trepidazione di Davide quando tagliò un lembo del mantello di Saul (1Sam 24,12). Eliseo sta facendo il suo lavoro di contadino ed Elia, passandogli vicino, gli getta addosso il suo mantello, rivelando con questo gesto a Eliseo la sua vera vocazione. È il bene più grande che possa accadere ad Eliseo, perché si sente investito da una sua identità che non sapeva di avere.
È una bella cosa essere rivelatori agli altri dei progetti che Dio ha su di loro, alla stregua di Gesù, che è passato chiamando. “Tu appartieni all’Assoluto!”. Bisogna buttare negli altri la verità che già possiedono: non facciamo nessuna nuova scoperta, ma andiamo con la forza della parola dell’amore a risvegliare una coscienza assopita.
Chi è già cosciente di appartenere a Dio, deve lasciare che cresca questa coscienza fino a che Dio diventi l’unico senso della vita: “O Dio, unico mio bene”. Che enorme interpretazione della vita! Ci sono altri beni, infatti “tutto è vostro,” che però sono inseriti in un contesto ben preciso: “voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,23), a indicare che tutto è di Dio e Dio è tutto in tutti. La risposta alla vocazione è quindi un’ascesa vertiginosa che non finisce mai.


Perché la vocazione cresca occorre rivisitarci

Cosa faccio nella vita? Mi è facile vedere in trasparenza se il disegno della mia vita è quello che sto vivendo o poteva essere un altro? Mi è facile vedere la bontà del Padre, il suo progetto per me, come mi ha disegnato nel suo cuore? Mi è facile capire che è giusto fare quello che sto facendo, o mi è ancora poco chiaro? Nel quotidiano trovo della opacità, non riconosco più la volontà di Dio? È importante che la trasparenza, il poter dire: “Sì Padre”, da qualunque angolo della vita, diventi lo stile cristiano di vivere; così era per Gesù.
Vivere così è arte, più Dio chiede e più prendiamo fiato dallo Spirito Santo per continuare a dire: “Eccomi” e così andare avanti. Questo è gloria, questo è vivere: sentiremo che ci costa, ma vivremo giornate segnate sul libro di Dio. Questo è lo stile della libertà: decidere da figlio di Dio: “Decido di me come tu dici”. Questo è santità, da applicare nelle cose più piccole, senza aspettare le grandi occasioni, perché se non ci si esercita nel piccolo, poi si scivola sulle grandi occasioni, nessuno è perfetto.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore