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Perdonami!

Antonio Canova, Maddalena penitentedi Flaminia Morandi – Spesso il problema non è riuscire a perdonare il male che abbiamo ricevuto, ma essere perdonati del male che noi abbiamo fatto. Invece lo pretenderemmo. Vorremmo che la nostra vittima ci assolvesse, che tornasse a volerci bene: per egoismo, perché vorremmo essere sollevati dal senso di colpa che proviamo nei suoi confronti. Non ci basta il perdono di Dio che non si vede; vogliamo il perdono del fratello che vediamo. Questa pretesa ci allontana dal vero perdono!

Il calice va bevuto tutto. Non si può cercare di sottrarci a ciò che i nostri Padri chiamavano pento. Il pento non ha il significato che diamo oggi alla parola penitenza, quella che ci assegna il confessore. Penthos è insieme il dolore per il male commesso, l’amarezza per il meccanismo negativo messo in moto, e la nostalgia dell’innocenza perduta. La vera penitenza del male è la conseguenza del male, il cui primo sintomo è questo dolore. Volere essere esentati dal pento è il doppio male che facciamo.

Perciò Marco l’Asceta, discepolo di san Giovanni Crisostomo e uno dei più complessi spirituali del V secolo, dice: “Se vuoi presentare a Dio una confessione irreprensibile, non ricordare dettagliatamente i tuoi errori, ma sopportane con generosità le conseguenze... Chi ha scienza e conosce la verità farà la sua confessione a Dio non tanto con il ricordo delle sue azioni quanto con la sopportazione delle conseguenze”. Per lui la penitenza deve essere perpetua, ricordo indelebile del nostro peccato. Il che non significa che la penitenza, da sola, cancelli la colpa: quello che è corrotto non può tornare incorrotto, dice san Basilio, le cicatrici restano, dice sant’Atanasio biografo di Antonio il Grande, neanche le lacrime possono cancellarle, aggiunge san Gregorio. Per il dolce e poetico sant’Efrem invece le lacrime hanno questo potere: “Se la tua anima è morta a causa del peccato, piangi e risuscitala! Dai a Dio questa gioia!… Le lacrime che cadono su un cadavere non sanno resuscitarlo, ma se cadono su un’anima, possono farla rivivere!”. Le lacrime sono un fonte battesimale e il pianto una liturgia, dice sant’Isacco il Siro, cantore della pace interiore: anzi, anche senza il pianto manifesto “c’è un lacrimare nascosto che si riversa nel pensiero e lo trasforma”.

Quelle lacrime però non sono lacrime tristi: sì, il pento è il ricordo del male fatto, ma non è l’ossessione della colpa individuale, piuttosto la scoperta che in me c’è tutta la devianza dell’umanità generatrice di morte e insieme una struggente nostalgia di Dio, che niente di umano può soddisfare. Chi vive il penthos non può più essere triste, perché l’umiltà ha preso dimora in lui. Le lacrime manifeste o segrete non smettono di scendere, ma dentro c’è la pace di chi si è abbandonato totalmente a Dio, l’unico che può sciogliermi (ab-solvere) dalla mia colpa.






Rubrica di NUOVO PROGETTO

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