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Missione: da dove cominciare? (2/2)

Marcello Cerrato, Amore vicendevoledi Giuseppe Pollano – Nella precedente riflessione abbiamo indicato quattro situazioni che non ci permettono di vedere l'altro con lo sguardo di Gesù, e quindi di annunciarlo. Un annuncio che non è fatto di sole parole, ma di atteggiamenti, relazioni. Gesù prima guarda, poi agisce. Se leggiamo con attenzione il vangelo su come Gesù guardava gli altri si ha una magnifica antologia di sguardi. Avvolgeva l’altro di benevolenza, lo capiva soprattutto nei suoi momenti più difficili. Ebbene, poiché siamo battezzati, siamo ricchi di questo sguardo cristiano.


Lo sguardo cristiano

Lo sguardo giusto è quello che parte dal cuore con verità, cioè ti guardo proprio come sei, voglio vederti, capirti, com-prenderti cioè prenderti dentro di me.
Cosa si vede guardando l’altro come fa Gesù?

L'altro è sempre un valore in sé unico, irripetibile, fatto da Dio a propria gloria (Gen 1,26)
Innanzitutto una persona, non un oggetto, che Dio sta guardando e che considera un valore unico, irripetibile, perché è lui che l'ha creata. Come l’orefice guarda il bel gioiello che ha lavorato, così fa Dio perché siamo suoi e ci considera preziosi, tanto preziosi che ha mandato il Figlio a tirarci fuori dal fango, a salvarci. Condividere questa convinzione non è facile dal punto di vista umano, ma con la fede sì. Con fede ci guardiamo e, al di là di quello che guardiamo con gli occhi o che la nostra emozione può dirci, ci consideriamo tutti gioielli, perché siamo così davanti a Dio, egli ci ama in questo modo.
Come conseguenza immediata dell’essere davanti a un’opera di Dio, a un suo gioiello, emerge un forte rispetto, per cui viene esclusa la possibilità di usargli violenza, prenderlo, sfruttarlo, annullarlo.
Dio difende questa sua opera e se è vero che in questo mondo molti muoiono calpestati e oppressi, è altrettanto vero che ci saranno resurrezione e giudizio e tutto sarà restaurato alla maniera giusta. Dunque Dio è onesto e il suo tempo non è il nostro, ma questo totale giudizio sull’umanità ci aspetta e noi incominciamo ad anticiparlo già da adesso: “Signore, è tua gloria questa creatura”.
Sappiamo che non è facile dire una tale frase quando ci troviamo di fronte a certe persone, ma la fede aiuta a superare questa difficoltà, soprattutto chiedendo allo Spirito il dono di riconoscere nel più piccolo, nel più povero, nel più apparentemente smunto, in chi è più fragile, in chi sta morendo di fame, una persona che vale davanti a Dio. Quella piccola cosa che scomparirà sulla terra e più nessuno saprà che esiste, è a gloria di Dio e risorgerà.

L'altro è un cuore che aspetta di essere raggiunto dall’amore (Rm 13,8)
È per fede allora che si vede l’altro come valore, poi ci si accorge che non è soltanto un valore, ma c’è di più. È un cuore da raggiungere, in qualche modo. Chi non vede nell’altro un cuore che si può raggiungere, non vede ancora bene. Può già stimarlo, rispettarlo, ma i cuori esistono per essere raggiunti dall’amore, altrimenti rimangono aridi, tristi, poveri. I nostri cuori, quando ci siamo sentiti in qualche modo soli, abbandonati, non amati da nessuno, ci hanno fatto male, perché i cuori sono fatti per bere amore.
Sappiamo come si fa se si vuole arrivare al cuore dell’altro, fosse anche solo uno sguardo, una parola. Siamo tutti capaci di questa benevolenza.
Se si vede un cuore, questo è uno sguardo da Gesù, questo è lo sguardo che Gesù dava anche alle persone che i benpensanti disprezzavano, perché lo dava ai peccatori. Ma un peccatore è un cuore da raggiungere, ecco la missione, la misericordia, la tenerezza, la bontà di Dio.

L'altro è un dolore che chiede di essere consolato (Lc 7,13)
Tutti portiamo dentro un dolore, piccolo o grande. Se si è intuitivi e buoni, lo si capisce, anche se l’altro non lo dice. Quindi l’altro è un valore, un cuore e, soprattutto, un dolore da consolare. Chi non viene consolato ha incontrato persone che, non avendo Cristo nel cuore, non hanno voglia di incontrarsi con il dolore dell’altro perché imbarazza. Ma lo sguardo del cristiano ha il coraggio di raggiungere il dolore dell’altro, non si spaventa. Forse non si riesce a togliere tutto il dolore in maniera definitiva, non importa, lo sguardo che guarda il dolore è già una carezza.


Costruire il Regno

Missione allora è prima di tutto purificarsi gli occhi dagli sguardi che scandalizzano, chiedersi uno sguardo giusto, chiedere allo Spirito Santo l’intelletto, che illumina e fa vedere Dio negli altri.
Poi ci si accorgerà, senza neanche troppa fatica, che li stimeremo, li apprezzeremo al di là dei difetti e dei limiti che hanno, perché non guarderemo più i difetti. Il gioiello può avere qualche macchia, ma non importa, è sempre un gioiello di Dio, per cui saremo umilmente rispettosi e capiremo che c’è un cuore lì dentro l’altro a cui dare qualche cosa.
Noi dovremmo passare la nostra giornata con questa attenzione, specie oggi in un mondo che è piuttosto duro di cuore, perché la nostra cultura non ci chiede di avere un cuore, ci chiede di avere molta testa, molta intelligenza, molta capacità scientifica e tecnica, conoscere molte lingue, saper fare molte cose, e ci chiede anche di non lasciare che il cuore turbi la mente altrimenti si lavora male. La giornata allora diventa mettere il cuore in questa aridità immensa.
È dunque bello essere missionari programmando la giornata chiedendo al Signore di aiutarci a ricordare che le persone che si incontrano sono preziose ai suoi occhi, di aiutarci a trattarle come dei cuori che si possono raggiungere e come delle sofferenze che si possono consolare. Se vedo così ho il diritto di dire che vedo come guarda il Signore e la mia missione è compiuta, perché poi non mi accontento, ma faccio qualcosa, anche se pochissimo, ma già solo lo sguardo è già un dono.

È così che Gesù si aspetta da noi di essere annunciato perché, anche se non abbiamo parlato di Gesù, abbiamo fatto capire che Gesù è buono. Egli si fida di noi, egli si affida al nostro cuore: oggi – dice lui – ti affido il mio cuore e tu fallo conoscere a qualcuno.
Ci sono persone che hanno capito che la vita è soprattutto questo mandato, perché è quello di Gesù. Questo sguardo, che è quello di Gesù a noi comunicato, ci rende già evangelizztori, perché è segno di un amore che non è solo umano, e mostra presente e operante in noi, mediante il suo Spirito, il Gesù che vogliamo far conoscere.
Anche se si pecca, anche se si usano sguardi scandalizzanti, dobbiamo capire che ci possiamo santificare realizzando la missione che ci dà Gesù. Siamo pertanto obbligati a fare un inventario di noi stessi, di chi guardiamo con gli occhi sbagliati, e poi a scoprire quale orizzonte di amore può aprirsi se accettiamo questa maniera diversa di vivere, che diventa una vera benedizione.

Gesù ha compiuto le sue opere di amore come manifestazione del Regno di Dio e introduzione alla rivelazione totale della bontà divina, consistente non solo nella salvezza dai mali terreni, ma in quella del peccato e della morte, e noi lo rifacciamo con lui. Ha cominciato così Maria che vede a distanza e corre ad aiutare Elisabetta, che a Cana vede i due sposi in imbarazzo e strappa a Gesù il primo miracolo. Affidiamoci a lei.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore