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In cammino con Luca (9/18)

Cercare ciò che conta veramente per ritrovare noi stessi [2] di p. Mauro Laconi - Continuando a riflettere sulla parabola del ricco stolto sorge l'interrogativo sulla vita e sulla morte.


L'intervento di Dio

Di fronte al ricco stolto che lo nega col suo modo di vivere e con il volersi mettere al suo posto, Dio interviene: e Dio disse.... Questo intervento di Dio è una cosa eccezionalmente rara, non soltanto nelle parabole, ma in tutto il Nuovo Testamento, e ci riproietta di colpo nell'Antico Testamento, dove Dio parla ai profeti, al popolo di Israele, a Mosè, oppure a Giobbe alla fine del suo calvario. Dio è stato negato, ed allora interviene, per ricordare il mistero della vita. Quello che dice è molto semplice: questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. Icona della creazione di AdamoQuesta notte vengo a chiederti indietro la vita, questo mio soffio vitale che ti ho prestato, e allora tutti i tuoi beni dove andranno a finire? La parabola finisce qui con questo interrogativo, il versetto seguente è già un commento.

Il racconto si chiude con una domanda, forse proprio perché non vi può essere una soluzione se non ci si è interrogati, se non ci si è posti dei problemi.
Lo stolto dava per scontate troppe cose, si poneva troppe poche domande, non si interrogava sul mistero della vita e della morte, che sembrano slegati l'uno dall'altro, e sono invece collegati.


Interrogarsi sulla vita e sulla morte

Luca è l'evangelista che dà più risalto al tema della vita personale e della morte personale. Marco e Matteo sono tutti preoccupati del tempo escatologico, ossia della fine dei tempi, la parusia, quando verrà il Figlio dell'uomo. In questa visuale di tipo cosmico la vita e la morte individuale hanno poco rilievo. Per Luca non è più così, il Regno, anche se avrà la sua pienezza alla parusia, è già realizzato qui, è una realtà già in atto: Il Regno di Dio è in mezzo a voi (Lc 17,21). Se così è, se noi già viviamo nel Regno, il momento decisivo della mia salvezza è quello presente, è l'oggi. La morte mi può colpire ad ogni istante, questa notte stessa come capitò allo stolto, e io vado direttamente all'inferno come il ricco epulone, o in paradiso come Lazzaro. Gesù dice al buon ladrone: Oggi sarai con me in paradiso.

I tempi della salvezza non sono più quelli immani della durata cosmica, ma si restringono alla durata della mia vita. Sono tempi a misura d'uomo: questa notte stessa vengo a chiederti la tua vita. Detta a un cristiano, questa frase perde la sua connotazione negativa, perché la morte non è più privazione, ma compimento, in quanto diviene il momento della salvezza. Icona del buon ladrone in paradisoIl cristiano muore accanto a Gesù, come il buon ladrone, ed il morire accanto a Gesù significa entrare in paradiso.


La morte cristiana

Nel suo secondo libro, gli Atti degli Apostoli, Luca descrive alcune morti cristiane, insistendo sul fatto che esse sono in realtà momenti di vita. Per esempio, nel capitolo 7 degli Atti viene descritto il martirio di Stefano. Egli muore e si apre il paradiso: Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio. La morte del martire è il momento in cui per lui si aprono i cieli. I martiri non possiamo considerarli morti, sono dei viventi. Nasce una concezione nuova della morte, che non è più un momento negativo. Il culto dei martiri, il culto dei santi nasce con Luca, che descrive così vividamente negli Atti Pietro, Paolo, Giacomo, Barnaba, ne parla in modo tale che non si può più pensare a loro come a dei morti. Il caso più clamoroso è quello di Maria, come descritta nei primi due capitoli del Vangelo e nel primo capitolo degli Atti alla Pentecoste. È veramente impossibile pensare a Maria come ad un morto, e ciò apre la strada alla convinzione che Maria sia stata assunta in cielo in corpo ed anima, idea che si affermerà già nel II secolo. La morte di Maria diventa un momento gioioso, glorioso, celebrato, cantato.

La morte si può cantare: Luca invita l'uomo, il discepolo di Gesù, a prendere consapevolezza di se stesso in modo completo. L'uomo non deve misurarsi dal suo successo nell'arco della sua breve esistenza terrena, piena di necessità e di affanni, di cose provvisorie. Egli è qualcosa di più, ma lo capisce solo ascoltando Dio che gli parla, che gli annuncia qualcosa di nuovo, di completamente diverso. La scala dei valori si sovverte, il povero è beato, la morte diventa la vita.
Luca cerca di farcelo capire anche con il suo modo di descrivere la morte di Gesù, che in Marco è qualcosa di veramente tragico: Dio mio, perché mi hai abbandonato? In Marco vi è tutta la tragedia dell'umanità peccatrice, che Gesù rivive in se stesso. In Luca la morte di Gesù è un momento sereno, è il momento in cui egli affida il suo spirito nelle mani del Padre.


Chiunque può essere stolto

Il Regno è già in mezzo a noi: ciò significa che le nostre opere debbono essere quelle proprie del Regno. L'eredità di figli di Dio, il Paradiso, l'otterremo però solo alla nostra morte. Questa eredità, su cui tanto insiste Paolo, il poter divenire simili a Dio (1Gv 3,2), dovrebbe essere per ogni cristiano la cosa più importante, l'unica che veramente conti riuscire ad avere. Non sono solo i ricchi che, accumulando tesori materiali, rinnegano in pratica l'attesa della beata speranza: ogni uomo, indipendentemente dalle ricchezze che ha o che si sforza di ottenere, può vivere la sua vita quotidiana come se l'attesa non avesse poi per lui quella grande importanza, come se Cristo non fosse morto per renderci partecipi della sua risurrezione.

Ognuno di noi deve interrogarsi: nella mia vita certo faccio dei piani, ho delle aspettative, delle speranze, mi pongo degli obiettivi, dei traguardi. Quanti di questi sono collegati con il Regno? Uccello che vola nel tramontoLa mia morte, la considero in realtà come un evento ineluttabile da relegare nel dimenticatoio, o è l'evento che farà avverare le mie speranze?


La mia vita non riguarda solo me

Dunque io non devo vivere come se la morte non esistesse, ma devo pensare alla mia fine. Essa però non deve farmi paura, in quanto mi apre i cieli, se io sono vissuto accanto a Gesù, se non ho accumulato stoltamente tesori per me, ma se le mie ricchezze mi hanno portato verso Dio. Quando si parla delle proprie ricchezze, non ci si deve limitare a considerare i beni materiali.

Vi sono molte forme diverse di ricchezze, e di tutte debbo cercare di farne partecipi gli altri. Vi è ad esempio la ricchezza di avere una famiglia affiatata, legata da un forte affetto. Se io godo di questa ricchezza, non posso non comunicarla agli altri, che magari ne sono privi. Posso avere la ricchezza di un carattere calmo e forte, che mi permette di affrontare anche momenti difficili. È veramente un dono che mi è stato dato, altri non ce l'hanno e devo condividerlo. Così per la salute: magari la considero un privilegio da godermi per me, ed invece devo interessarmi di chi ne è privo. Il discorso si allarga: l'intelligenza, la cultura, doti artistiche o manuali particolari, e così via.

Anne C. Brink - Faccia a facciaE, come rovescio della medaglia, anche se sono molto ricco, non solo in cose materiali, debbo capire che tutti i miei beni, le mie capacità, le mie doti sono nulla davanti a Dio.
Di fronte a lui, qualunque cosa io possieda, qualunque dono io abbia, chiunque io sia, sono sempre un povero, che dipende totalmente dalla sua grazia, dalla sua misericordia.
Ed è appunto la sua grazia ciò che realmente conta, la ricchezza che io posso accumulare e poi portare con me nell'altra vita, nella vera vita.

Ecco che i tre temi finora analizzati si saldano: vivere avendo una giusta scala di valori è condividere i propri beni, è lottare con Dio nella preghiera per realizzare il Regno, con la sua grazia.

a cura della redazione
Fonte: incontri con padre Mauro Laconi o.p. allArsenale della Pace

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In cammino con Luca