Sermig

Passio Christi

Evangelista Matteodi p. Mauro Laconi - la passione nei sinottici.

Matteo rispetta fedelmente la struttura del racconto di Marco: ritroviamo la divisione in cinque scene (Getsemani, Sinedrio, Pretorio, Calvario, e il giardino accanto al Calvario)
,ritroviamo quindi gli stessi temi in modo diverso, collocandosi in una diversa angolazione. Matteo è sempre coerente in tutto il suo Vangelo, e una delle costanti è la ricerca della chiarezza. Questo evangelista ha il dono dell'insegnamento, lo sente come una missione, e assume quindi un caratteristico atteggiamento didascalico.

passione secondo Marco
passione secondo Luca
passione secondo Matteo


IL TESTO DI MATTEO
La Passione raccontata da Marco suscita in noi, ci pone, tutta una serie di problemi, uno per ogni scena. Matteo invece cerca di spiegarceli. Marco infatti vuole suscitare in noi degli interrogativi, invitandoci a dare noi stessi una risposta, sulla base delle indicazioni essenziali che egli ci ha fornito; Matteo invece, moltiplicando le indicazioni contenute nel testo e rendendole più chiare, suggerisce in modo evidente quale è la risposta ad ognuno dei problemi che queste scene ci pongono. Inoltre il racconto di Marco appare volutamente drammatico, cupo, dipinto a tinte fosche, come si addice ad una tragedia, alla tragedia del Calvario. Matteo pur rispettando questo tono, che ben si addice al dramma divino ed umano che viene rievocato, inserisce in ogni scena una sua lama di luce. Il racconto resta quindi teso, forte ed efficace, ma alla fine il lettore si trova illuminato: ha avuto, dalla scuola di Matteo, un insegnamento sul grande mistero della Passione di Gesù. Ritorniamo quindi su ognuna delle cinque scene, e vediamo quale lama di luce Matteo vi abbia introdotto.
È forse opportuno fare al riguardo una precisazione. Abbiamo già detto parlando del discorso escatologico che i Vangeli nascono da tradizioni orali, sulla base dei ricordi di testimoni diretti. Noi tutti sappiamo per esperienza che i racconti di persone diverse che hanno assistito agli stessi avvenimenti non sono mai del tutto eguali: qualcuno ricorda un particolare sfuggito agli altri ma che lui ha colto, qualcuno dà più peso, mette più enfasi su un dettaglio che ad un altro appare trascurabile, qualcuno narra solo i fatti essenziali mentre altri cercano di esporre un racconto molto circostanziato. Queste piccole diversità a maggior ragione si verificano quando un racconto è tramandato attraverso più persone e più generazioni, come nel caso degli episodi evangelici. Si sono quindi venute a formare diverse tradizioni, e Matteo non si è inventato le aggiunte che egli fa al discorso di Marco, ma ha attinto dalle tradizioni esistenti degli elementi nuovi.

IL GETSEMANI
IL SINEDRIO
IL PRETORIO
IL CALVARIO
NEL GIARDINO DEL SEPOLCRO

 




IL GETSEMANI


Siamo al capitolo 26 di Matteo, versetti 36-56. La scena non è molto più lunga che in Marco, però le novità sono tante: quella che cambia è soprattutto la dimensione di Gesù, la sua statura come personaggio.
Vediamo innanzitutto la reazione di Gesù al bacio di Giuda. In ogni Vangelo si riflette una tradizione diversa: in Marco vi è il silenzio agghiacciato di Gesù, in Matteo una risposta secca, in Luca una frase dolcissima, mentre Giovanni elimina questo episodio. In Matteo Giuda si avvicina a Gesù, lo saluta e lo bacia e Gesù gli risponde. La traduzione corrente è: "amico, per questo sei qui!" che risente di quella delicata del testo latino "amico, cosa sei venuto a fare?". Sembra un dolce rimprovero. Nel testo greco però non vi è nulla di questa dolcezza. La parola tradotta come "amico" ha un significato diverso, più duro, che ricorda i termini compagno, socio, compare, o al limite "amico mio" in senso spregiativo. Inoltre nel testo greco, dopo questa parola, vi è un pronome relativo, per cui la frase suona "ciò per cui sei venuto a fare", con sottointeso il verbo fa, e quindi: fa quel che devi fare. Non è una frase dura, ma semplicemente una reazione secca al gesto di Giuda, un rifiuto del suo bacio.
Vi sono poi le parole che Gesù dice al discepolo (in Marco non era chiaro che fosse un discepolo) che cerca di difenderlo con un colpo di spada: "rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada". Le parole di Gesù non vanno lette quasi come una specie di proverbio (chi di spada colpisce, di spada perisce) ma come un rifiuto della violenza. Matteo è l'evangelista della non violenza, come dimostra ad esempio nelle beatitudini, ma qui, con questa frase, ci dice di più: non si può difendere Gesù, non ve n'è alcun motivo. Il perché ce lo spiega poi la grande frase del versetto 53: "Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?". Per mezzo di questa frase Matteo ha rovesciato tutta la scena.

Nel racconto di Marco, Gesù è come un profeta indifeso, disarmato, travolto dagli eventi, cui manca la parola di fronte a quegli avvenimenti, e che solo alla fine manifesta la sua costernazione, il suo stupore:"Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi". Invece in Matteo non è più il profeta indifeso, ma il Messia forte, che potrebbe ottenere, chiedendole, dodici legioni di angeli. Una legione era formata da circa 6-10 mila persone: figuriamoci ora cosa avrebbero fatto 120.000 angeli nel Getsemani. Avrebbero spazzato via in un secondo quelle poche decine di persone armate di bastoni. Gesù quindi ci dice: sono io che voglio quanto accade, perché altrimenti arresterei, spezzerei subito questa catena di avvenimenti, mi basterebbe soltanto un cenno. Matteo perciò, con la risposta a Giuda e ancor più con quest'ultima frase, mette ben in chiaro che tutto avviene perché Gesù lo vuole. Certo c'è l'arresto, le catene, il flagello, la corona di spine, la croce, ma tutte queste cose le ha volute lui. Non è un fatto umano, ma divino. Gesù messianicamente non solo accetta questi eventi, ma li vuole, li fa suoi, vuole realizzare la volontà del Padre. C'è un progetto divino e questo va realizzato, Gesù lo vuole; gli ultimi vanno salvati e Gesù lo vuole. In Matteo la volontà di Gesù è in sintonia con la volontà del Padre, mentre in Marco pareva esservi come una dissonanza, perché Gesù si abbandona con tanta difficoltà. In Matteo quindi la volontà del Padre è la volontà di Gesù. Anche la frase di Marco con cui Gesù accetta "però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu" diviene in Matteo (versetto 42) "sia fatta la tua volontà". È la stessa frase che si trova nel testo del Padre nostro di Matteo (6,9), mentre manca invece in quello di Luca (11,2). La frase che Gesù dice nel Getsemani, la Chiesa deve ripeterla nella preghiera di ogni giorno (il "Padre Nostro"). Per questo motivo la lezione di Matteo non è soltanto messianica (Gesù lo vuole), ma anche ecclesiale (la Chiesa, come Gesù, deve accettare i progetti di Dio). Dio vuole travolgere la storia umana, la vuole rovesciare, salvare, servendosi di Gesù, che accetta volentieri, con volontà decisa. Ma Matteo chiede pure ad ognuno di noi: e tu, tu accetti di essere uno strumento di salvezza nelle mani di Dio, come lo accetta Gesù?


LA SCENA DEL SINEDRIO

La scena del Sinedrio (dal versetto 57 del capitolo 26 al versetto 10 del capitolo 27) ci ripropone integralmente il testo di Marco, il dialogo tra Gesù e il sommo sacerdote, il dialogo nel cortile tra Pietro e la gente che si scalda attorno al fuoco, e poi il rinnegamento. La novità allora in cosa consiste? In un terzo episodio che viene aggiunto, e che narra la disperazione e il suicidio di Giuda, dopo un primo, breve riferimento a Pilato. Il problema che affronta ora Matteo si sintetizza in questa domanda: il suo popolo lo ha giudicato, respinto, condannato, ma tutto ciò cosa significa? E la sua soluzione si trova in questo episodio, relativo alla disperazione e al suicidio di Giuda, al dramma di questo personaggio misterioso, di cui tanto si è parlato e si continua a parlare. Giuda sembra quasi stupito che Gesù venga condannato, anche se lo ha tradito lui. Giuda si stupisce e allora se l'aspettava forse di farlo solo imprigionare, oppure chissà cos'altro aveva in mente quest'uomo, questo spirito contorto. Quando vede che Gesù è condannato si sente traditore del sangue innocente, e butta via il denaro ricevuto, le trenta monete d'argento di cui solo Matteo parla, come solo lui parla esplicitamente del suicidio di Giuda per impiccagione.
Ma a noi non interessa ora il personaggio di Giuda, anche se il suo nome è un po' simbolico (Giuda, le tribù di Giuda, il regno di Giuda, il Giudeo, il Giudaismo), ma la sua disperazione: egli si dispera per il fatto che Gesù è condannato, condannato dal suo popolo. Matteo ci dà poi una citazione di Geremia, alla quale se ne potrebbe aggiungere un'altra, tratta dal profeta Zaccaria (11,12-13). In Zaccaria si parla proprio di 30 monete d'argento, al riguardo di un pastore buono, che Dio aveva mandato al suo popolo e che il popolo respinge, dandogli appunto le 30 monete. Dio allora dice a quell'uomo di prendere quel denaro e di buttarlo nel tesoro del tempio, perché è il prezzo con cui Israele ha pagato il suo Dio. Israele respinge il suo Dio, ecco il significato delle 30 monete d'argento. Giuda tradisce Gesù e non gli rimane che la disperazione. Israele respinge Gesù, e cosa le rimane? Matteo sembra pensare alla caduta di Gerusalemme, alla dispersione del popolo. Ma soprattutto da un'angolazione cristiana, vede Israele che attendeva il Messia. Il Messia è venuto e Israele non l'ha riconosciuto, l'ha respinto, rendendo così vana la sua attesa, privandosi di ogni prospettiva futura. Gesù è stato respinto, ma cosa è rimasto a Giuda, cosa a Israele? Inoltre, quando Matteo scrive, il piccolo orizzonte giudaico si è allargato a tutto il mondo: il messaggio evangelico è arrivato dappertutto, e tutti quelli che non accattano il messaggio non accettano Gesù, respingono Gesù.
Matteo s'interroga: che cosa ne è di questo mondo, di questa umanità, che respinge Gesù, che non sente il bisogno del Vangelo, che non ha bisogno di sperare, di credere? Interrogativo che si estende a livello ecclesiale, perché Giuda era discepolo: non ci sono forse tra i cristiani delle persone senza speranza, che non provano la gioia del Vangelo? Che cosa sono questi cristiani che provano l'amarezza dei disperati, che vivono nella tristezza? Non tradiscono forse in qualche modo il Vangelo?


LA SCENA DEL PRETORIO

Anche in questa scena (capitolo 27, versetti 11-31) Matteo segue fedelmente Marco, ma cerca di rispondere ad un interrogativo: qual è il ruolo dei pagani nella condanna di Gesù? Per capire meglio perché si ponga questo problema, occorre ricordare che Matteo scrive il suo Vangelo tra i pagani, lontano dalla Palestina. Ed allora la sua chiesa si pone quell'interrogativo, in particolare sul ruolo e sulle responsabilità di Ponzio Pilato ed ecco una piccola inserzione al versetto 19, dove compare la moglie di Pilato che gli manda a dire: "Non avere a che fare con quel giusto (Gesù è il giusto); perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua". In un racconto dove tutti sono contro Gesù, persino i suoi discepoli, dove sacerdoti giudei e giudici romani sono d'accordo per condannarlo, l'unica voce che si alza per difendere Gesù è quella di una donna pagana, la moglie di Pilato. Acquistano quindi un diverso significato i tentativi che Pilato fa per liberare Gesù, e quanto accade nel testo che viene aggiunto da Matteo (versetti 24 e 25): "Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla". Questo lavarsi le mani non è un atteggiamento di viltà, d'altronde Pilato non era un debole, era un violento che ha saputo mostrarsi durissimo con il popolo di Israele. Pilato cinicamente cede davanti alla piazza, a quel tumulto che cresceva sempre più, perché per lui il sacrificio di una persona non conta nulla, di fronte alle possibili conseguenze di quel tumulto. Vuole però che sia chiaro che la responsabilità non è sua, e lo dice alla folla, che risponde: "il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli". Pilato si dichiara non responsabile, il popolo di Israele si assume tutta la responsabilità. Matteo sta riflettendo sulla situazione della sua Chiesa, del suo tempo. Matteo si trova probabilmente in Siria, nella Chiesa di Antiochia, la prima grande Chiesa formata da pagani convertiti, la prima di molte chiese di pagani convertiti.
Israele ha respinto Gesù, i pagani lo hanno accolto. Da dove inizia tutto questo? Dalla Croce di Gesù.
Matteo è l'evangelista missionario, che aveva iniziato il suo Vangelo parlando di pagani che arrivano da lontano per adorare Gesù, i Magi, e che lo termina parlando di Gesù risorto che manda i suoi discepoli a tutti i popoli del mondo, a tutti i popoli pagani. E Matteo ci spiega perché i pagani hanno accolto Gesù: perché è morto in Croce.
Se la predicazione cristiana è stata forte, convincente, è perché ha parlato di Cristo crocifisso, e il mondo né è rimasto impressionato, più ancora che della sua Resurrezione. Ciò che ha colpito il mondo, ha conquistato il cuore degli uomini, è stata la morte di Gesù in croce, e il mondo si è convertito, ha imparato ad amare Gesù, è diventato cristiano. Questa è la lezione di Matteo alla Chiesa: parlate di Gesù crocifisso, annunziate la croce, senza stancarvi mai; vedrete che il mondo, che ha paura del dolore, che ha paura della morte, di fronte al dolore e alla morte di Gesù, impara la gioia della speranza.


LA SCENA DEL CALVARIO

Anche qui (27,32-56) Matteo rimane fedele all'antica tradizione di Marco, però la completa, potendo pensare che i lettori rimanessero sconcertati dal mistero della Croce, ed anche dal modo in cui Gesù spira. Gesù muore, ma le tombe si scoperchiano, i morti risuscitano, appaiono a molti. Gesù muore, ma siamo ormai nel clima della risurrezione, la sua morte ci mette nell'ambito della risurrezione. Anche se il linguaggio lascia un po' perplessi, in quanto impiega una terminologia già cristiana (molti corpi di santi: i santi nel linguaggio del Nuovo Testamento sono i cristiani) e si riferisce ad avvenimenti successivi alla risurrezione di Gesù (dopo la sua risurrezione apparvero a molti), il significato teologico è chiaro: la morte è vinta, tra poco Cristo risusciterà, e noi stessi viviamo nell'ambito della risurrezione, risusciteremo come lui.
Possiamo guardare alla morte stessa senza tremare, sapendo che la morte continua sì il suo cammino nel mondo, ma la sua forza è stata annientata dalla risurrezione. Possiamo guardare alla nostra morte con animo sereno, pensare ai nostri morti come a dei viventi, e se respiriamo questo clima di risurrezione lo dobbiamo alla morte di Gesù. Se la morte è annientata perché Gesù è morto, allora non è morto Gesù, è morta la morte, e possiamo credere che esiste soltanto più la vita.
In questo modo Matteo risponde all'interrogativo: perché Gesù è morto? Perché grazie alla sua morte in croce non si muore più: per quelli che credono in lui e accettano da lui la speranza esiste soltanto più la vita.


NEL GIARDINO DEL SEPOLCRO

La scena del giardino del sepolcro (27,57-66) è in Marco composta da pochi versetti, pervasi già da un senso di attesa, che ci viene dato da quelle donne che guardano la tomba attendendo qualche cosa. Matteo tuttavia, pur riprendendola in modo fedele, non ne è soddisfatto, vuole che l'attesa della risurrezione appaia più chiaramente, e aggiunge i versetti 62-66 del capitolo 27, dove viene usata la parola risurrezione, anche se in un contesto un po' strano. Vi sono dei sinedriti, sacerdoti e farisei, che chiedono a Pilato che venga sigillata la tomba perché i discepoli non possano andare a rubare il corpo di Gesù e poi dire in giro che è risuscitato. A noi, che sappiamo in quale stato d'animo erano i discepoli, questa precauzione sembra del tutto inutile. Certo è che Matteo racconta la cosa con una sottile vena di ironia: "ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia" come se ciò potesse evitare il pericolo non già del furto del corpo, ma della risurrezione. I sinedriti sono sicuri che Gesù non risorgerà, ma prendono delle precauzioni: la loro certezza, le loro precauzioni, le loro guardie, non possono impedire il grande evento.
Matteo sembra dirci: c'è troppa gente in giro sicura che lui non risorgerà, ma lui lo farà. Gesù risorge anche là dove sembra che ci sia soltanto la morte, il vuoto, la disperazione. Anche se noi non abbiamo abbastanza fede per credere, lui troverà il modo di spaccare le rocce per cui gli uomini sono fatti, di aprire i cuori, per far risorgere in loro la bontà, la fede, la fiducia, l'attesa. Gesù risorgerà anche in noi, nell'umanità. Matteo vuol concludere così il racconto della Passione con l'attesa del mattino di Pasqua, ed è chiaro che il suo racconto della Passione è stato scritto per farci attendere la Risurrezione.

 

a cura di Giovanni Maglioni
da un ciclo di conferenze all'Arsenale della Pace
di p. Mauro Laconi o.p.