Sermig

Perché una Chiesa scalza

di Ernesto Olivero – Stralci dal libro: Sergio è un ingegnere in pensione. Uno delle migliaia di volontari passati dal Sermig. Mi colpiva quel vecchio capo, abituato a comandare, un po’ scontroso, per certi aspetti un pesce fuor d’acqua: non aveva problemi a mettersi il grembiule, a servire, a pulire i gabinetti se necessario. Sergio resisteva. Un giorno, chiese di incontrarmi. Lo aspettavo al varco. Non dimentico quell’incontro. Sergio entrò nella mia stanza con la faccia di chi ha le idee chiare. Mi fissò, io lo squadrai e riconobbi lo sguardo onesto che già conoscevo. Non era cambiato. “Ernesto, sappi che io i tuoi libri non li leggo”, mi disse secco. “Hai perso un’occasione”, risposi ridendo. “Io leggo solo le inchieste sul cristianesimo in linea con la mia rabbia”. “Trovi delle risposte?”. “No, mi fanno arrabbiare ancora di più”. “E allora sono inutili”. Silenzio. Sergio abbassa la testa, poi la rialza e comincia a vomitarmi addosso tutta la sua amarezza verso la Chiesa: l’ipocrisia, i cattivi esempi, la smania di potere, l’ingordigia, il giudizio e la predica sempre pronta. Un repertorio già sentito. Avrei potuto liquidare tutto come le solite polemiche superficiali e i soliti pregiudizi. Ma nello sguardo azzurro di Sergio vidi che quelle parole nascevano dalla sofferenza, dalla vita. Non erano gratuite: erano il frutto della sua esperienza. Un certo tipo di Chiesa è finita, è morta.

Sembra impossibile, ma questa Chiesa non cerca più la pecorella smarrita e, spesso, fa di tutto per perderla. Addirittura, in certe situazioni, non c’è più nemmeno una pecorella da cercare. Ce ne sono novantanove! Questa Chiesa non riesce ad avvicinare i giovani. Non li cerca, non li aiuta a gustare la preghiera e il silenzio. Un paradosso per una Chiesa che ha avuto mille e mille martiri, persone disposte a morire per testimoniare l’amore di Dio. Una Chiesa che ha visto mille e mille missionari andare in posti infami e morire per Cristo con il sorriso sulle labbra o prendersi malattie rarissime accettando il dolore. Una Chiesa che ha avuto tra i suoi esempi mille e mille uomini di Dio seppelliti vivi nelle carceri per consolare, preti e suore impegnati negli ospedali per fasciare chi è malato, fior di professionisti che hanno lasciato tutto per servire i più poveri. Una Chiesa che dona a piene mani il tesoro di essere perdonati una, dieci, mille, infinite volte. Una Chiesa che ha un Dio che non vuole sottomettere l’uomo, ma gli permette di fare cose più grandi di Lui. Insomma, una Chiesa che è riflesso di un amore sconfinato. Ho molta simpatia per un vescovo che tempo fa rimase colpito da malumori sulla Chiesa della sua città. Decise di informarsi e seppe che quelle voci erano giustificate: un prete della sua diocesi aveva compiuto una grave malefatta. Quel vescovo non si nascose dietro un dito, prese carta e penna e scrisse una lettera alla città: “Io vescovo… chiedo perdono. Sono pronto a pagare di persona”. Una volta don Franco, un sacerdote che stimo, raccontò un episodio. Una sera tardi a Torino, nella chiesa di San Lorenzo ormai chiusa, trovò il sacrestano inginocchiato a pregare, pensieroso. Giovanni faceva fatica a parlare, ma si fece coraggio: “Giorni fa, un sacerdote mi ha calunniato alla presenza di tante persone”. Don Franco lo fissò negli occhi: “E tu, Giovanni, cosa fai?”. La risposta: “Alla sera, quando tutti andate a dormire, quando la chiesa è chiusa, faccio un’ora di adorazione per quel prete”. Più tardi, ho scoperto casualmente che anche questo sacerdote si era unito all’adorazione con il suo sacrestano. L’incontro con Sergio mi ha fatto pensare. Come fa la Chiesa a non attrarre uno così, un uomo buono, un ingegnere in pensione che invece di fare il consulente o gestirsi il tempo come gli pare, decide di farsi in quattro per gli altri?

Come può allontanare una Chiesa che ha parole di vita eterna, è custode delle beatitudini e prega ogni giorno il Padre Nostro? Una Chiesa convinta che la parola amore non sia un sorriso, ma dare da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, visitare i carcerati, fasciare gli ammalati? Una Chiesa che dice che chi vuole essere primo deve diventare servo di tutti? La Chiesa di Gesù, il quale dice che tutto passerà, ma non le sue parole? Non riesco a capire come una Chiesa così non riesca ad è affascinare l’uomo di oggi. Un certo tipo di Chiesa è finita, è morta. Sembra impossibile, ma questa Chiesa non cerca più la pecorella smarrita e, spesso, fa di tutto per perderla. Addirittura, in certe situazioni, non c’è più nemmeno una pecorella da cercare. Ce ne sono novantanove! Questa Chiesa non riesce ad avvicinare i giovani. Non li cerca, non li aiuta a gustare la preghiera e il silenzio. Un paradosso per una Chiesa che ha avuto mille e mille martiri, persone disposte a morire per testimoniare l’amore di Dio. Una Chiesa che ha visto mille e mille missionari andare in posti infami e morire per Cristo con il sorriso sulle labbra o prendersi malattie rarissime accettando il dolore. Una Chiesa che ha avuto tra i suoi esempi mille e mille uomini di Dio seppelliti vivi nelle carceri per consolare, preti e suore impegnati negli ospedali per fasciare chi è malato, fior di professionisti che hanno lasciato tutto per servire i più poveri. Una Chiesa che dona a piene mani il tesoro di essere perdonati una, dieci, mille, infinite volte. Una Chiesa che ha un Dio che non vuole sottomettere l’uomo, ma gli permette di fare cose più grandi di Lui. Insomma, una Chiesa che è riflesso di un amore sconfinato. Finché ci saranno un sacrestano, un vescovo, una donna, un uomo, un ragazzo capaci di perdonare un’offesa, di chiedere perdono e di pregare per chi ha fatto del male, ci sarà la Chiesa, perché ci sarà Gesù Figlio di Dio e questa Chiesa, il piccolo gregge di cui parla il Vangelo, sarà la chiave del Regno di Dio in mezzo a noi. Una Chiesa così dovrebbe fare innamorare. Sappiamo, invece, come vanno le cose. Ma di chi è la responsabilità? È Gesù ad essere falso? No, io Gesù l’ho visto faccia a faccia.

Ho fatto esperienza della sua presenza. L’ho ascoltato nella mia coscienza. Continuamente. E le persone migliori nella politica, nel lavoro, nella scienza, nella spiritualità le ho incontrate tra chi crede in Lui. Gesù è il centro, il fine di ogni vita, di tutta la creazione. Il fine dell’umanità è la sua santificazione. Una Chiesa realmente capace di comunicare, perché davvero credibile, in pochi anni convertirebbe il mondo, riacquisterebbe tutti i luoghi di culto trasformati in musei o attività commerciali e ne costruirebbe mille e mille altri ancora. Sarebbe una Chiesa di cui tutti direbbero: “Quella è casa mia, là c’è una Parola di vita eterna, là mi ascoltano, là c’è sincerità, là ho trovato il senso della mia vita”. Una Chiesa così diventerebbe la casa anche per i credenti delle altre religioni e di chi non ha fede: nessuno rifiuterebbe delle porte sempre aperte. La stessa simpatia nascerebbe dall’incontro con un cristiano. Credo che dobbiamo avere il coraggio di dire con umiltà e severità che un treno può andare avanti solo se ha due binari. In questo caso, la verità e la santità. Non dobbiamo avere paura delle nostre miserie.

Lo ha detto anche il card. Joseph Ratzinger prima di diventare papa: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!” (Via Crucis, 2005). Tuttavia, la debolezza, riconosciuta e non mascherata di perbenismo, può far emergere l’opera di Dio che è in ognuno di noi, l’opera che Lui ha affidato a Pietro: un caratteraccio, uno sbruffone pauroso che la fede ha trasformato in coraggioso martire, un laico sposato e con figli. La Chiesa e i cristiani mostrano il loro volto più vero non quando trionfano o camminano sulle acque, ma quando la paura li prende e, nella tempesta, sanno dire con semplicità il loro “Gesù, salvami!”. La luce annulla le tenebre, ma bisogna avere il coraggio di dare un nome al buio che scandalizza e allontana dalla Chiesa di Gesù tante persone buone. Una Chiesa che in passato non sempre è riuscita a ravvedersi, a convertirsi, a chiedere perdono. Ogni cristiano deve sapere che luce e buio non stanno insieme. O diventano solo luce, o solo buio. Buio come la frustrazione, incompatibile con l’amore, incompatibile con la misericordia, incompatibile con la grazia. Nel campo di Dio, mille sono le cose da fare, mille i modi di amare, mille i sì da dire, ma solo un sì è vero, quello pronto a tutto, a tutti. Lo abbiamo sperimentato in prima persona. Quante storie di resurrezione abbiamo incontrato! Ma non ci siamo mai montati la testa. Il Sermig è fatto semplicemente di persone che si vogliono convertire, persone che conoscono la durezza della vita e che possono dire a chi avvicinano: ce l’ho fatta io, puoi farcela anche tu.

NPSPECIAL - CAMMINARE SCALZI 4/7