Sermig

Il Nobel in guerra

Le contraddizioni di un premio sono le stesse del genere umano.                                                                      

  di Loris Dadam
 
Giovedì 10 dicembre Barack Obama ha ricevuto, ad Oslo, il Nobel per la Pace. Molti si sono chiesti come mai avesse ricevuto il premio all’inizio del suo mandato, quando non aveva ancora fatto nulla di particolare per la pace e, anzi, aveva appena inviato altri 30.000 soldati in Afghanistan. Lo stesso Obama, nel discorso pronunciato nel corso della cerimonia, ha ammesso le notevoli controversie suscitate dalla decisione e la sproporzione fra i propri meriti e quelli di personaggi premiati nel passato, come il dott. Schweitzer, Luther King, George Marshall, Nelson Mandela. “La cosa che colpisce di più - aggiunge Obama - è che io sia il comandante in capo di una nazione impegnata in due guerre”.
 
Il Presidente, poi, prendendo in considerazione le domande difficili sul rapporto fra la guerra e la pace, molto onestamente espone una totale difesa della tradizionale politica estera degli Stati Uniti: “Come capo di stato, avendo giurato di proteggere e difendere la mia nazione, non posso farmi guidare solo dall’esempio di Gandhi e di Luther King. Devo affrontare il mondo così com’è, e non posso stare immobile davanti a tutto quanto minaccia il popolo americano. Perché non dobbiamo illuderci: il male nel mondo esiste. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armi di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di Al Qaida a deporre le armi. Dire che la forza a volte può essere necessaria non significa essere cinici; significa comprendere la storia, le imperfezioni dell’uomo e i limiti della ragione”. obama4.jpg
 
Ritorna, senza tentennamenti, il concetto di guerra giusta: “Nonostante tutti gli errori commessi, i fatti, puri e semplici, sono questi: gli Stati Uniti da oltre sessant’anni contribuiscono a sostenere la sicurezza mondiale col sangue dei loro cittadini e la forza delle loro armi. Lo spirito di servizio e di sacrificio dei nostri uomini e delle nostre donne in uniforme ha promosso la pace e la prosperità dalla Germania alla Corea ed ha permesso che la democrazia prendesse piede in luoghi come i Balcani”. L’unico accento nuovo rispetto al passato si sente quando afferma che: “l’America non può agire da sola. (..) ma - aggiunge - in molti Paesi c’è un grande distacco tra gli sforzi di chi serve il bene comune e l’ambivalenza dell’opinione pubblica più in generale. Capisco che la guerra non è popolare, ma so anche questo: la convinzione che la pace è desiderabile raramente basta a raggiungerla. (..) ma, dove la forza è necessaria, abbiamo l’interesse morale e strategico a vincolarci a determinate regole di condotta.
 
E anche quando siano di fronte ad avversari feroci, che non rispettano alcuna regola, credo che gli Stati Uniti debbano continuare ad essere modelli delle norme da seguire in tempo di guerra. Questo ci rende diversi da coloro contro i quali combattiamo. Questa è la fonte della nostra forza. La ragione per cui ho ordinato di chiudere Guantanamo”. Obama passa poi ad indicare tre vie per evitare scelte tragiche e creare una pace giusta:
 
1. I regimi che infrangono le regole devono essere richiamati alle loro responsabilità. Le sanzioni devono avere un prezzo da pagare. Il mondo deve prendere posizione come un sol uomo. Questo vale per lo sforzo per prevenire la diffusione delle armi nucleari, (..) per insistere perché Iran e Corea del Nord non si prendano gioco del sistema. (..) E questo vale anche per chi viola le leggi internazionali brutalizzando i propri popoli: in Darfur, Congo, Birmania, ci devono essere delle conseguenze;
2 .La natura della pace che cerchiamo non è solo l’assenza di un conflitto visibile, ma la pace è giusta se basata su diritti innati. (..) Secondo alcuni il mancato rispetto dei diritti umani sarebbe giustificato dall’idea errata secondo la quale i diritti sarebbero in qualche modo dei principi occidentali, stranieri rispetto ad alcune culture locali o a certi stadi di sviluppo di un paese. (..) Ritengo che la pace sia instabile ovunque sia negato ai cittadini il diritto di esprimersi liberamente o pregare come credono, di scegliere i propri leader o di riunirsi senza timore. (..) Solo quando l’Europa divenne libera trovò finalmente la pace. L’America non ha mai combattuto una guerra contro una democrazia.
 
3. Una pace giusta include non soltanto diritti civili e politici, ma deve comprendere opportunità e sicurezza economica. Non solo libertà dalla paura, ma libertà dal bisogno. è certamente vero che raramente c’è sviluppo senza sicurezza, ma è anche vero che la sicurezza non esiste dove gli esseri umani non hanno accesso al cibo sufficiente, all’acqua pulita, alle medicine, dove i bambini non possono aspirare ad un’educazione dignitosa. L’assenza di speranza può far marcire una società dal suo interno.
 
Come si vede, Barak Obama ha recuperato il tradizionale idealismo americano e l’ha messo al servizio della politica estera esistente: a parte la chiusura di Guantanamo ed un diverso accento sull’unilateralismo delle scelte, tutto si muove nella continuità con l’odiato predecessore: la guerra in Afghanistan prosegue con sempre più truppe (e morti); il ritiro dall’Iraq avviene con i tempi stabiliti da Bush, con Iran e Corea la pazienza sta per esaurirsi, le guerre umanitarie sono giuste e la democrazia si esporta, altrimenti la pace non è duratura. Se Bush fosse stato nero e più simpatico, il Nobel lo avrebbero dato anche a lui!