“Pace” al Salone internazionale del libro di Torino

di Claudio Maria Picco - L’ultimo libro di Ernesto Olivero – Pace, Libreria Editrice Vaticana - tiene banco nella serata di apertura. “Sala Gialla” del  Lingotto gremita da un pubblico attento e trasversale. L’incontro più seguito della giornata.



“Gli innocenti non sapevano che la cosa era impossibile e per questo la fecero”. L’aforisma è di Bertrand Russel, filosofo inglese vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, che raccontava di un convegno organizzato all’inizio degli anni ’60 in Italia per stabilire per quale ragione era impossibile per l’uomo andare sulla luna. Gli americani non erano presenti e proprio per questo alcuni anni dopo andarono sulla luna. “Non c’è epigrafe migliore per definire l’avventura di Ernesto e del Sermig: non ha mai saputo che quello che stava pensando di fare e che poi ha fatto era assolutamente impossibile e quindi lo fa". Sono le parole di Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, che aprono la presentazione del libro Pace, “suggestive annotazioni di Ernesto Olivero, apostolo della pace in giro per il mondo” che il fondatore del Sermig ha macinato in lunghi anni di impegno e di presenza solidale nei teatri più difficili del pianeta.

Presenti al tavolo dei relatori Sandro Calvani - che ha appena lasciato l’incarico di responsabile dell’UNICRI, l’agenzia Onu contro il crimine internazionale, ed è in attesa di un nuovo incarico nel Sud del mondo - il giornalista Matteo Spicuglia che modera l’incontro e naturalmente l’autore, Ernesto Olivero. Incalzato dalle domande di Gramellini tira fuori il meglio della “filosofia” di vita del Sermig, conquistando la simpatia e gli applausi del pubblico. Un incontro in cui non è mancata l’allegria, nonostante l’ambiente paludato della rassegna culturale.

Numerosi gli aneddoti e gli episodi che il fondatore del Sermig snocciola, da quello con Paolo VI nel 1976 – “La Chiesa non mi piaceva, volevo andare dal papa a lamentarmi, ma con l’attesa della risposta che non mancò: Io spero da Torino, dal Piemonte, terra di santi, una rivoluzione d’amore. Faccia lei quello che ha chiesto a me.” – a quello con il Presidente Sandro Pertini che venne ad inaugurare l’Arsenale della Pace, quando ancora era un rudere, per fugare polemiche, manovre e difficoltà: “Verrò a Torino a proclamare la pace che è vita e a condannare la guerra che è morte”. Poi Claudio Carbone, esponente di punta dei Nap (nuclei armati proletari), che fu il primo a bussare alla porta dell’Arsenale. E ancora, Giulio Andreotti, allora capo del governo, che sbloccò la destinazione dell’ex Arsenale militare, rendendo possibile al comune di Torino di affidarlo in comodato d’uso al Sermig.

“L’Arsenale è cominciato in uno dei palazzi più potenti d’Italia. Eravamo andati a portare la protesta dei giovani contro il governo che non aiutava la povera gente che scappava dal Vietnam, dalla Cambogia, racconta Olivero, poi finita la protesta sono andato dietro al mio sogno: “Presidente ci aiuta per un miracolo?”. “A me in genere chiedono dei piaceri”, aveva risposto. “Ai politici non chiederò mai piaceri, miracoli sì!”. E alla fine il miracolo iniziò proprio dal palazzo. Per cambiare la società dobbiamo andare nei palazzi e cercare di cambiarli da dentro”.

La polemica paradossalmente alimenta la polemica, le dà energia. Parlare di pace significa non coltivare più pensieri di guerra. “Quale è stata la prima volta in cui ti sei trovato davanti alla guerra?”, chiede Gramellini.
“La Provvidenza mi ha fatto stare in Libano durante la guerra. Lì ho visto palazzi saltare in aria. Sono stato in Ruanda dove la gente si ammazzava a colpi di machete, e poi in Somalia, in Iraq. La guerra l’ho vista, l’ho sentita, ma il momento che più aiuta a capire l'atteggiamento giusto nei confronti della guerra e delle violenze è accaduto a Palermo durante un incontro con migliaia di ragazzi. Una ragazza di 22 anni mi chiese: "Volevo fare l’artista, ma ho capito che se non entravo in certi meccanismi ero tagliata fuori e allora ho rinunciato. Ma tu la mafia come la combatti?”. Risposi: “La mafia non la voglio combattere, la voglio convertire. Non si combatte la mafia con le sue armi, cioè con la violenza, ma creando le condizioni per fare in modo che la gente cambi mentalità”.
Prima di rientrare in redazione, Gramellini legge la frase che ha appena scritto nel diario di Ernesto: “Quanti siamo! Siamo proprio tanti”.

È la volta di Matteo Spicuglia che passa la parola a Sandro Calvani: “Che idea si è fatto della pace vissuta da Ernesto, dal Sermig?”.
“Credo che trapeli benissimo sia nel libro che nella vita che poi è diventata un tutt’uno con l’esperienza del Sermig e dell’Arsenale della Pace. Il mondo è pieno di parole sulle pace. Quello che incuriosisce e colpisce uno come me che di guerre ne ha viste a centinaia è che nel modo di essere di Ernesto e dei suoi amici ci sono tre cose inseparabili. Ci sono le parole come nel libro; ci sono gli atteggiamenti, come si accoglie la gente che bussa alla porta; e poi ci sono i fatti di pace".

Oggi la pace è fuori moda. Eppure è una cosa drammaticamente seria, drammaticamente grave. Nel mondo si spendono 816 miliardi di dollari per finanziare le armi, mentre per dare la salute a tutto il mondo ne basterebbero 11 di miliardi. Per dare la scuola a tutti bambini, anche i più poveri, ne basterebbero 3. Per dare servizi igienici e acqua ai 6,5 miliardi di persone ne basterebbero 5. Basterebbe una briciola di tutte le fabbriche di armi per costruire la pace, sia in termini di numeri, sia in termini di buona volontà. Chi ha potere comincia ad accorgersi che con tutta questa povertà e questa mancanza di potere del popolo l’economia non cresce più e i rischi diventano sempre più grandi.

Quando sono venuto qua oggi un amico mi ha chiamato per invitarmi a sentire la presentazione di un altro libro. Gli ho risposto che non potevo perché ero impegnato con la presentazione del libro di Ernesto Olivero. “Ma dai, mi dice, è un sognatore. Lascialo ai suoi sogni, alla sua utopia". Ecco, credo che questa sia la cosa più dannosa per la pace. Pensare che chi parla di pace o chi la propone ai giovani, sia uno un pochino naif, sia solo un sognatore. Questo è più dannoso che fare la guerra perché è arrendersi alla logica che c’è sempre stata. 5.600 anni di storia scritta del’umanità hanno avuto soltanto 292 anni in cui non ci sono state guerre nel mondo.

Quello che ho capito io leggendo questo libro
è che la guerra non capita come capita la pioggia. La guerra capita perché c’è troppa gente che non vuole la pace. In tutti i posti di guerra dove sono stato ho sempre visto capitali illeciti, segreti, nascosti che finanziavano il crimine organizzato. Ho visto il furto di risorse per mantenere la guerra. Ho visto creare il caos per ottenere arricchimenti illeciti.
Allo stesso modo, e lo si capisce bene dal libro, la pace non capita come quando finisce la pioggia e viene il sole. Capita quando milioni di persone si mettono a costruirla granellino dopo granellino. È questo che si fa nell’Arsenale della Pace. La nostra sopravvivenza è possibile solo grazie alla sopravvivenza degli altri. Tutto quello che può essere costruito con la guerra, può essere costruito meglio con la pace”.

Infine l’ultima domanda è per l’autore: “Tu dici che non ci sono soltanto le guerre che vediamo, ma quelle più tremende che viviamo dentro di noi, la guerra dell’io. Che cos’è la guerra dell’io?”.

Scambio di domande tra Gramellini e Olivero


Spicuglia intervista Calvani


Spicuglia intervista Olivero

“È quando l’uomo si scoraggia e allora vuole una rivincita. E con chi se la prende? Con se stesso. Ho capito che tutti noi siamo un sacco vuoto. L’io c’è, ma c’è anche l’intelligenza. La rabbia c’è, ma dove ti porta?

Bisogna fare dei ragionamenti, bisogna esporsi per cercare qualcuno che ti aiuti. Ho capito che l’io devo “fregarlo” e lo posso fare solo amando. Ho capito che i guerrafondai fanno tanti affari perché lavorano 24 ore su 24 e allora mi sono impegnato a fare giornate della pace non ogni tanto, ma tutto l’anno. Consumiamo i gradini dei saggi che ci possono insegnare la pace per costruire una casa per tutte le persone del mondo. Se l’io diventa noi diventa un amico”.

di Claudio Maria Picco



 

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