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Basta violenza in Messico!

Javier Siciliadi Guido Morganti - La carovana della pace guidata da Javier Sicilia giunge a Ciudad Juarez. Un segno di speranza e di fiducia per la gente ormai stanca della violenza.
 
 
Il 10 giugno 2011 è stata, per chi nel Messico non si arrende alla violenza e alle ingiustizie, una giornata importante. Non solo perché ricorreva l'anniversario della "strage del giovedì di Corpus Domini", del 10 giugno 1971, quando un gruppo di agenti in borghese, noti come i falconi, trucidarono decine di giovani universitari che manifestavano pacificamente. A Ciudad Juarez, al confine tra Messico e Stati Uniti, città simbolo delle sopraffazioni, è giunta la "Caravana por la Paz con Justicia y Dignidad" ed è stato firmato, davanti al monumento dedicato a Benito Juarez, il documento che disciplina il "Patto Nazionale del cittadino" tra varie associazioni della società civile. Un patto teso alla smilitarizzazione della società (che ha provocato solo vittime senza dare risultati significativi), al riconoscimento della dignità delle vittime innocenti, al dialogo con i vari poteri con la società civile. Una scossa per l'inefficienza del governo.

in marciaMa andiamo con ordine. Dal 2006 in Messico è stata dichiarata dal governo presieduto da Felipe Calderon, la guerra al narcotraffico. Il risultato: 40.000 morti. È una guerra con danni collaterali: una infinità di cittadini innocenti uccisi sia dall'esercito che dai narco, perché si sono trovati in mezzo a sparatorie o perché preventivamente ritenuti colpevoli. A fine marzo di quest'anno a Cuernavaca sette giovani sono stati uccisi, tra cui il figlio di Javier Sicilia, poeta e giornalista, che ha coniugato al dolore la ferma decisione di fare qualcosa per far smettere questo genocidio ed esorcizzare la paura. Agli inizi di maggio si è messo in marcia da Cuernavaca verso Città del Messico. Nel tragitto molte persone si sono unite. Ci ha sopraffatti la corruzione, le istituzioni sono marce, dai partiti fino al Governo Federale. Per questo il crimine campa bene, per questo ci sta rendendo vili. Non è questo il Messico che vogliamo, non è questa la nostra guerra, però questi sono i nostri morti ha detto il poeta durante il cammino.

Dopo quattro giorni di marcia, l'8 maggio, allo Zocalo, nella piazza che abitualmente accoglie le manifestazioni, si sono trovate più di 100mila persone. Un risultato sorprendente che mette in risalto la coscienza della società civile. Con questa marcia stiamo dicendo che il Messico è in piedi, che non ha paura, che difenderà sempre i figli e le figlie di questo Paese, che non saremo ostaggi né dei criminali né dei politici ha detto il poeta dallo Zocalo.

Il Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, di cui Sicilia è diventato il riferimento, in quell'occasione ha indicato ai governanti sei punti per contrastare la violenza. Tra questi innanzitutto la riforma dell'istruzione, in modo da offrire un futuro migliore ai giovani ed evitare che possano cadere nella tentazione del denaro facile della criminalità. Poi la lotta alle disuguaglianze sociali, tra le più alte dell'America Latina. E la fine dell'impunità e della corruzione nelle forze di polizia e nelle istituzioni. E se non si avvia il dialogo e non si vedono riforme, Sicilia ha prospettato ai cittadini la via nonviolenta della disobbedienza civile: "Dobbiamo avere la forza necessaria per non arrenderci, per non pagare le tasse e farlo tutti, per circondare il Senato e la Camera dei Deputati fino a quando non ci daranno retta". Ed è stato fissato come appuntamento un'altra marcia della pace che, partendo da Città del Messico e passando nelle città più violente e insicure (Morelia, Monterrey, Torreon&), sarebbe arrivata a Ciudad Juarez il 10 giugno.

Fontana di piazza CibelesNei primi giorni di maggio due fatti significativi. La conferenza episcopale messicana ha preso posizione con la nota ¡Basta! a la violencia en México, dove si legge: "Basta alle morti incontrollate e irrisolte, attribuite al traffico di droga e alla criminalità organizzata. Basta alla corruzione dei pubblici ufficiali, delle autorità, dei rappresentanti della legge nel nostro Paese. Basta ai sequestri, alle estorsioni, agli omicidi, alle vendette. Basta fare del male a migliaia di famiglie, donne, bambini, giovani e lavoratori. Basta a paura, insicurezza, violenza e morte. Basta alle menzogne! Il Messico ha ancora speranza!". Chi in quel periodo girava per Città del Messico incontrava fontane colorate di rosso sangue. Attivisti del movimento "Paremos las balas, pintemos las fuentes" ("Fermiamo le pallottole, dipingiamo le fontane") con regolarità agivano per coinvolgere le persone contro la violenza. In quel periodo, l'ultima fontana da cui zampillava sangue su cui sono interventi è stata quella di piazza Cibeles (vedi foto).

In un editoriale del quotidiano di Città Juarez "El Diario", per l'arrivo della marcia della pace, si legge: "Il dolore non è solamente quello dei congiunti delle vittime dei signori della morte, come li ha chiamati Sicilia, ma anche quello causato dai delitti commessi contro il resto della società e da quelli provocati o compiuti dalle forze dell'ordine. Una violenza di tale dimensione che ha provocato una ampia corrente di rifiuto dei governanti, della classe politica, della polizia e, soprattutto, dei delinquenti, che hanno oltrepassato tutti i limiti con questa ondata di violenza. Gli effetti delle politiche economiche depauperanti si sono manifestati praticamente in tutte le nazioni, ma in nessuna con la portata con cui si manifestano adesso nel Messico: neanche in Colombia la tragedia prodotta dai signori della morte e dall'azione di governo, ha raggiunto i livelli del Messico. Qui si sono uniti due fattori, chissà quale dei due più esplosivo: l'immenso sfruttamento della classe egemone su quelle subordinate e il traffico della droga verso gli Stati Uniti.

È stato il ciclone perfetto: miseria galoppante, disoccupazione massiccia, alti livelli di disuguaglianza sociale e lotta dei gruppi criminali per le rotte e i territori della droga. Se qualche ingrediente mancasse, c'è l'irrazionale testardaggine della classe governante per mantenere una politica economica che impoverisce, non solo gli individui, ma l'intera società. E poi dobbiamo aggiungere l'incessante barbarie dei signori della morte (e in molti casi di elementi dei gruppi di sicurezza pubblica). Contro tutti si alza lo sforzo di uomini come Sicilia, che possono raggiungere il più ampio sostegno della società messicana, perché non si tratta solo di condividere il dolore, che è molto, ma di trasformarlo in proposta di vita, di riabilitazione, di speranza, di rigenerare nella società le più elevate aspirazioni e andare oltre a tutto quello che è successo e a tutti quelli che, con le loro azioni e altri con le loro omissioni, si oppongono. È di tale portata, o può esserlo, la mobilitazione che oggi tocca lo Stato di Chihuahua che altri temi, estremamente caldi, dovranno aspettare. Per adesso, benvenuti caravaneros, costruttori della pace e di una società con più dignità e più giustizia".

Può rinascere un Paese in cui lo Stato si mostra inefficiente e con un alto livello di criminalità organizzata? L'azione iniziata da Javier Sicilia per dare speranza, per risvegliare dalla paura e dalla sensazione di impotenza quella gran parte della società onesta e operosa, può essere un inizio.
 
di Guido Morganti