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Pupi Avati

“Tutti i miei film sono nati perché qualcuno mi ha ascoltato, mi ha dato disponibilità. La disponibilità può cambiare la vita tua e degli altri. Confidare negli altri è un ottimo investimento”. Pupi Avati, ospite dell’università del Dialogo, sintetizza così la sua lunga attività artistica, 50 film, uno all’anno. Un incontro che ha catturato il pubblico, affascinato dalla sua non comune capacità di raccontare.

Nella mia formazione – racconta – sono cresciuto con le favole che però erano spaventevoli come quella della gamba d’oro della mamma. Noi avevamo solo 5 anni e quando andavamo a dormire nel buio più buio, le nostre paure cominciavano a prenderci. Ma io devo dire grazie a questa paura perché ha fatto nascere in me l’immaginazione. Dopo aver provato mille strade, la prima esperienza artistica arriva con il jazz fantastico e trasgressivo: “Sembrava l’occasione per noi brutti di fare strada senza studiare. Eravamo i jazzisti e suscitavamo interesse”. Ma l’incontro con Lucio Dalla lo dissuade dal continuare: “Ognuno deve cercare dentro di sé il proprio talento. Se avessi continuato a suonare non avrei realizzato veramente me stesso come ha fatto Lucio”. Dopo aver visto “Otto e mezzo” di Fellini decide di dedicarsi al cinema: “Il protagonista dei miei film è sempre un essere umano un po’ inadeguato che mi assomiglia molto. Mi piace raccontare le persone normali che fanno fatica a comunicare, a realizzarsi”.

Non mancano i ricordi più intimi come il vissuto famigliare, 50 anni di matrimonio: “Il meglio del matrimonio viene proprio alla fine, per tutta la storia vissuta insieme. L’età aumenta le nostre fragilità e affrontare l’età insieme è meglio, soprattutto con qualcuno che ti conosce da sempre perché si è sviluppata un’intimità unica”.

E infine, a 76 anni, ecco la sua filosofia di vita: “La vita è un’ellisse” in cui il primo ostacolo è rappresentato da una collina dietro la quale da bambini si può immaginare ogni sorta di realtà fantastica. Poi arriva l’età della ragione in cui “si pensa secondo interesse”. Infine la discesa “poco affascinante” verso la vecchiaia: “Certo il fisico non risponde, il disapprendimento continua, però succede una cosa meravigliosa, vi è nostalgia del tuo essere bambino. Il per sempre che avevi perso lo ritrovi pienamente. Vecchi e bambini comunicano perché sono incredibilmente vulnerabili, godono e soffrono di tutto, senza mediazioni. Tutto li tocca, tutto sentono”.

Una vita, quella di Pupi Avati, sostenuta dalla fede sull’esempio della mamma: “Il mio essere ostinatamente credente, nonostante la complicatezza della mia fede, deriva da una mia convinzione: io prego Dio perché esista, perché renda giustizia e speranza a quelle persone che la vita ha colpito duramente. Non posso accettare l’ingiustizia, il dolore, la sofferenza”.

di Renato Bonomo


 Servizio Tg3 Piemonte


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