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Gli ultimi nella Bibbia (3/5)

di Rinaldo Fabris - I clienti di Gesù.

James Tissot, Gesù insegna alle moltitudini dalla rivaSullo sfondo della storia biblica si può capire la novità evangelica. Gesù annuncia il regno di Dio come grazia, cioè perdono, che si è fatto vicino per i poveri. Gesù non sogna la carriera politica. È vero, è discendente davidico, ma credo che l'ultima cosa a cui pensa è una restaurazione monarchica. Quando sulle rive del lago rivolgendosi a pescatori, artigiani, contadini, piccoli commercianti, spiantati handicappati, malati, dice che “il regno di Dio si è fatto vicino, siate pronti a cambiare e fidatevi, convertitevi e credete” (cfr Mt 3,2; Mc 1,15), chi è abituato nella sinagoga a recitare il Salmo 72, comprende subito a che cosa Gesù si riferisce. Dietro la simbologia e l'immagine del regno di Dio c'è la speranza per i poveri. Giovanni, il battezzatore, invitava la gente a prepararsi al regno di Dio che sarebbe stato una grande trasformazione; bastava prepararsi con un bagno nell'acqua, confessando i peccati. Quando il Battista viene arrestato per motivi politici – si temeva un'insurrezione perché la gente si accalcava attorno a lui, ed era facilmente infiammabile dal suo progetto – Gesù risale al nord, in Galilea, e comincia ad annunciare il Regno senza chiedere pratiche: né bagni, né altri riti.


L'ANNUNCIO DI UNA BUONA NOTIZIA PER I POVERI

La differenza tra il Battista e Gesù sta qui: il primo ritiene che per essere destinatari della giustizia di Dio e del suo perdono bisogna fare qualche cosa, bisogna mettersi in abiti puliti, avere virtù, qualità, fare penitenza, fare alcuni riti. Gesù dice semplicemente: “Beati voi poveri”, perché Dio è fatto così. Dall'Esodo in poi, il Dio dei profeti è uno che si curva sul misero, semplicemente perché è misero, perché ha bisogno. Dio come re, Signore, si manifesta come il Dio di perdono e di grazia per i poveri e per i peccatori.
Adesso comprendiamo più facilmente il senso di quel proclama che ha sconcertato i suoi compaesani. Non era soltanto la pretesa di un ex-falegname di tenere una predica nella sinagoga: questo era normale. Il lavoro manuale nella Palestina non era per nulla degradante; era una condizione per vivere, ed era normale che un muratore, un falegname, un lavoratore in genere prendesse la parola nella sinagoga. Il problema era la proposta di una immagine altenativa di Dio che riprendeva quella dei profeti: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19).


LE SCELTE DI GESÙ: PECCATORI, MALATI, PICCOLI, DONNE

Se si passano in rassegna le categorie che Gesù accosta, le persone alle quali manifesta non con le parole ma con gesti e prese di posizione il regno di Dio come grazia e perdono, si capisce subito chi sono i poveri, gli ultimi, gli emarginati.
I poveri sono le categorie di persone che vengono subito davanti agli occhi quando si passa in rassegna il vangelo senza deformazioni pietistiche. Fare dei poveri gli umili, gli innocenti, i buoni è frutto di quella mentalità farisaica secondo la quale bisogna meritare il rapporto con Dio. Invece è Dio che va a cercare i poveri.
Il fariseo è quello che entra nella sinagoga e dice: “Signore, io non ho bisogno di te, ma vengo qui perché tu riconosca i miei meriti: non ho rubato, non sono un adultero, un ladro, pago regolarmente le decime, faccio le mie preghiere”. Questo è il devoto che non ha bisogno del Dio dell'Esodo, ha bisogno di un dio che firmi le sue dichiarazioni perché possa apparire potente servendosi di dio. Questo è ateismo religioso, ed è il peggiore ateismo, perché chiama ad autenticare la propria irreligiosità Dio stesso.

Chi sono dunque i clienti di Gesù, ai quali annuncia il Regno? Non i farisei, che economicamente non erano poveri; avevano anche la cassa comune per aiutare i poveri. L'assistenza non è ancora uno sposare gli ultimi: questo lo facevano anche i monaci di Qumràn i quali avevano l'impegno della povertà e la cassa per aiutare le vedove, gli orfani, la povera gente, ecc. Lo stile di Gesù, rivela che i clienti di Dio sono i malati, i peccatori, i bimbi, gli stranieri, le donne, il popolo ignorante, il popolo che non conosce la legge, e per questo è disprezzato e maledetto. Gesù è contro le regole di separazione e di purità scrupolosamente osservate dai laici impegnati che erano i farisei; si accosta al lebbroso, lo tocca con la mano, lo guarisce, e poi lo manda dai sacerdoti a testimoniare la novità del Regno: sii un segno per loro che sono finite le barriere di separazione” (cfr. Mc 1,44). Gesù sta a mensa con gli esattori del fisco, con quelli che fanno mestieri infamanti o inquinanti. Di fronte alle critiche dei benpensanti chiede da chi va il medico, da quelli che stanno bene o da quelli che stanno male” (cfr. Mc 2,17). Così fa Gesù: va da quelli che hanno bisogno. Ma non perché i peccatori si sentono più umili, non hanno pretese, bensì perché sono peccatori, perché hanno bisogno.

Lo stesso vale per i piccoli. Gesù accoglie i bambini non perché sono innocenti, perché non hanno malizia negli occhi, perché sono aperti alla vita. Questo è romanticismo spirituale, che non esiste nella Palestina del primo secolo. Il bimbo è proprietà del padre e della madre. La pedagogia moderna riguardo al bambino, oggetto di attenzione, doveva ancora nascere. Il bimbo viene posto in mezzo da Gesù e viene dichiarato cliente del Regno perché è un povero, non ha dignità, non ha diritti, non ha uno statuto umano. In questo è assimilato al lebbroso, escluso dalla comunità civile oltre che da quella religiosa; è assimilato ai peccatori, che non hanno diritti civili, perché essere peccatori in una società teocratica come quella ebraica significa non poter presiedere tribunali, non poter leggere le letture sacre, accedere alle cariche pubbliche. In questo i bambini sono clienti di Dio perché sono esseri senza dignità, non sono assicurati da uno statuto umano.

Lo stesso vale per le donne. Non è casuale che Gesù di Nazareth – che non ha una sua sposa, che ha conosciuto solo sua madre – accosti le donne in modo libero. Paolo darà spazio alle donne, ma sempre nel suo ruolo di apostolo.
Gesù non assume il ruolo del maschio, né del maestro, né dell'ebreo colto: è una persona che sta accanto ad un'altra persona, e accoglie la donna come persona. Gesù si interessa non solo alla donna malata, alla donna peccatrice, ma alla donna in quanto donna perché non ha dignità, è come il bimbo, il malato, o straniero, come il peccatore.

da NP, aprile 1984

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